Tutto quello che devi sapere su Covid-19
Salute

Tutto quello che devi sapere sul Covid-19: intervista al giornalista scientifico Daniele Banfi

Tempo di lettura: 4 minuti

Restiamo a casa” e “Siamo tutti sulla stessa barca” sono i classici mantra visti e rivisti sui social durante la quarantena causa Covid-19 alias Coronavirus. Giustissimo, certamente, ma questa “barca” la conosciamo veramente? Abbiamo fatto il riassunto di tutto quello che devi sapere sul Covid-19 con tutte le informazioni scaraventateci addosso in questi giorni, scremando le solite fake news nel modo migliore che si potesse fare: chiedendo a chi le cose le sa per mestiere.

Di seguito, dunque, le domande poste a Daniele Banfi, giornalista scientifico della Fondazione Umberto Veronesi. Pensate di sapere già tutto? Piccola prova: sapete che il nome di questo Coronavirus non è COVID-19, ma SARS-CoV-2? Se anche voi non lo sapevate allora vi invitiamo a continuare la lettura, mentre a tutti gli altri…pure!

«COVID-19 non è il nome del coronavirus, ma il nome della malattia, la polmonite interstiziale causata dal virus» ci tiene a precisare Daniele Banfi. «La classe dei coronavirus comprende numerosi virus ai quali sono associate numerose patologie di cui la più comune è il banale raffreddore. La novità sta nel fatto che lo scorso novembre, SARS-CoV-2 ha fatto il famoso “salto di specie” (zonosi) in Cina, cioè ha cambiato ospite passando dai chirotteri (pipistrelli) a un probabile ospite intermedio ancora sconosciuto raggiungendo, infine, l’uomo».

Perché questo salto di specie? Come dice Marco Pievani, evoluzionista e professore all’Università di Pavia, perché «il virus obbedisce a un imperativo darwiniano primordiale: moltiplicarsi, fare copie di se stesso finché può». L’uomo rappresenta un bacino di 7,5 miliardi di potenziali ospiti diffusi in tutto il mondo che si spostano velocemente da un luogo all’altro e vivono per la maggior parte del tempo in assembramenti. Poiché siamo l’ospite perfetto per diffondere il virus, la domanda giusta sarebbe: perché non l’uomo?

Perché questo virus ci preoccupa tanto?

«Per diverse ragioni» spiega Banfi. «Essendosi mutato da poco non abbiamo ancora gli anticorpi, quindi il nostro sistema immunitario deve sviluppare la malattia per difendersi. Nel frattempo non è stato ancora sviluppato un farmaco specifico. Siamo completamente indifesi! Inoltre, mentre i virus classici delle polmoniti causano danni superficiali, SARS-CoV-2 sembra attaccare in profondità il polmone, a livello degli alveoli laddove il sangue si carica di ossigeno creando quindi grosse problematiche respiratorie». La buona notizia per il momento è che le varie tipologie di virus isolate e sequenziale in questi mesi dalle persone infette hanno mostrato che il virus muta a bassa velocità. Abbastanza confortante per tutti quelli che stanno lavorando ad un vaccino.

I dati di questi giorni ci dicono che i positivi in Italia continuano a crescere, frutto anche della nostra superficialità dimostrata nelle settimane passate. Ma è anche vero che la situazione che stiamo vivendo oggi non se la sarebbe immaginata nessuno. «A posteriori, forse si sarebbero dovuti fare dei controlli sulle temperature delle persone alle frontiere prima di metà febbraio» continua Banfi. «Per dare l’idea della gravità della situazione rispetto ad una normale situazione di influenza stagionale: durante il normale picco influenzale (che si registra nella 5° settimana dell’anno) in Italia, nel 2019 si registravano 96 ricoveri in terapia intensiva. Quest’anno i ricoveri nello stesso periodo sono stati 350 ed eravamo solo all’inizio di questa pandemia».

La lotta al Coronavirus continua senza sosta e si sta svolgendo su più fronti. Lo sforzo maggiore è concentrato nell’arginare e diluire nel tempo l’ondata dei contagi per non mandare in crisi il servizio sanitario nazionale già messo duramente alla prova. Contemporaneamente però, nelle retrovie si sta lavorando per cercare un farmaco e possibilmente anche un vaccino. «Ad oggi» continua Banfi «sono state effettuate delle sperimentazioni in Italia e nel mondo su alcuni pazienti ai quali sono stati somministrati alcuni farmaci già esistenti (come gli antivirali usati contro l’HIV o infiammazioni gravi) che in qualche caso hanno dato buoni risultati. Siamo però ancora all’inizio e quindi è impossibile determinare l’efficacia di queste terapie. Per questo motivo che oggi non esiste ancora un farmaco antiCOVID-19».

Parliamo del paziente zero italiano

Tanto clamore e tante teorie, ma perché la ricerca del paziente zero è tanto importante per gli epidemiologi? «È fondamentale ricercare tale figura all’inizio dell’infezione perché risalendo ai contatti che ha avuto questa persona si argina e blocca il prima possibile il focolaio. A pandemia iniziata questa ricerca non ha più senso».

Abbiamo analizzato il caso italiano, ma nel resto d’Europa sono stati più lungimiranti di noi italiani? «Affatto! Pur essendo tutti vicini al caso italiano, anche Paesi come Francia e Inghilterra si sono mossi in ritardo e in modo confuso sottovalutando il pericolo. Se si guardano gli sviluppi del virus e le conseguenti azioni di contenimento messe in pratica in tutti i Paesi colpiti, si può osservare sempre lo stesso triste film. È mancata un’azione comune tra stati, soprattutto in Europa». Ma c’è chi si è mosso diversamente: «gli unici casi, non europei, che hanno optato per una strategia diversa sono Corea del Sud e Taiwan. Appena si sono verificati i primi focolai, hanno tracciato con un’app le persone contagiate in quarantena monitorando in tempo reale gli eventuali spostamenti e isolando tempestivamente i focolai. Ad oggi questa strategia sembra pagare».

In questi giorni la Cina sta registrando sempre meno contagi al giorno (in alcuni casi anche nessuno), ma ora il problema sono i casi “di ritorno”, ovvero coloro che entrano nella nazione. Oggi tutte le persone che entrano nel Paese vengono messe in isolamento per 14 giorni. «Questa sarà la strada da percorrere anche in Italia e in tutti i Paesi del mondo perché il picco non avviene per tutti nello stesso momento» profetizza Banfi. «Solamente quando ciò avverrà e quindi il numero di casi risulterà accettabile in tutte le nazioni, allora si potranno ridurre nuovamente i controlli alle frontiere. Ma fino ad allora ci vorrà la massima attenzione per non ricadere nel baratro».

Frontiere chiuse, rimpatri forzati e azioni di contenimento prese in autonomia in ogni stato. Come ne uscirà questa Unione Europea? «Io sono fiducioso! La storia ci ha insegnato che dopo grandi sofferenze e crisi diplomatiche la ricostruzione si è sempre fatta insieme. Io mi auguro che anche in questo caso l’Europa possa ricominciare unita».

I consigli per chi in questi giorni deve uscire

Banfi è categorico: «Se una persona dovesse manifestare qualche avvisaglia di malessere, nel dubbio, sta a casa. Per tutti gli altri le regole sono le solite, tra cui il distanziamento di almeno 1 metro e mezzo. Mascherine inutili se non si è malati, meglio lasciarle agli operatori sanitari . Lavarsi le mani spesso. Se escludiamo la distanza sociale, le altre regole rimangono buone anche quando tutto questo sarà finito per ridurre di molto l’impatto sull’economia delle solite influenze stagionali».

Ti sei chiarito i dubbi dopo aver letto tutto quello che devi sapere sul Covid-19? Per il resto siamo ancora in piena battaglia e vinceremo solo se uniti seguiremo le regole. L’unica certezza ad oggi è che nei prossimi dieci, venti o cent’anni dovremo convivere con il Coronavirus (anzi SARS-CoV-2) proprio come con tutti gli altri virus che attaccano l’uomo. Con buona pace dei No-vax che, se Dio vuole, dovranno fare i conti con un altro vaccino.

Matteo d’Arco

Andrea Giacomini

Leave a Response