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Politica

Silvio Berlusconi è morto. Così finisce un’era della politica italiana

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Ci sono occasioni in cui ti rendi conto del privilegio di raccontare la politica: poter stare faccia a faccia con i fatti che segneranno la storia del tuo Paese. E lunedì 12 giugno è successo proprio questo: la morte di Silvio Berlusconi ha messo fine ad un’era. In sessanta secondi, alla mezza delle nove di mattina la politica italiana e non solo ha perso il protagonista più discusso degli ultimi trent’anni.

Silvio Berlusconi è morto. E il berlusconismo?

Non possiamo farci niente: è il cattolicesimo che è in noi a farci cambiare prospettiva su una persona quando questa scompare. La morte rende tutti uguali pur nelle mille differenze, e Silvio Berlusconi non ha fatto differenza. Umanizzare chi con le debolezze dell’essere umano ci vinceva le elezioni è quasi automatico, anche da parte degli avversari.. Quello su cui bisognerebbe impegnarsi è semmai storicizzare la sua figura spegnendo l’acredine. Silvio Berlusconi è morto, si porterà certamente qualche segreto nell’urna ma dibattere sulla moralità di un defunto non ha senso. È stato odiato da tanti, anche dal sottoascritto, tuttavia adesso ci possiamo rilassare, fare un respiro e avere un’opinione non rancorosa.

Proprio per questo dobbiamo raccontare come Silvio Berlusconi abbia portato un nuovo modo di fare politica. Dopo Mani Pulite Berlusconi apre la Seconda repubblica proponendosi come l’uomo nuovo, del fare, che avrebbe “salvato il Paese” dai comunisti per lui una vera ossessione.
Silvio Berlusconi è stato un po’ come uno dei personaggi scritti dai fratelli Vanzina che incarnano l’italiano medio con pregi e difetti. E se l’italiano medio entra a Palazzo Chigi e governa un Paese da sessanta milioni di persone, c’è speranza per tutti. Anche per il piccolo imprenditore del nord che si sveglia all’alba per andare in azienda.

Questa la narrazione del primo Silvio Berlusconi: un populista autentico prima che questo aggettivo diventasse la clava da scagliare contro l’avversario politico. Silvio Berlusconi è stato la quinta essenza del populismo per la relazione con gli elettori, per il linguaggio, per i temi politici toccati. 

Un personaggio di un’ipotetico best seller 

Possiamo riconoscere Silvio Berlusconi come un personaggio televisivo che ha reso la politica simile al calcio: lo scontro frontale fra due squadre: il bipolarismo. Non è un caso che dal ’94 nel gergo politico si parli di “discesa in campo”. Un radicale cambiamento della percezione della politica da qualcosa di alto, irraggiungibile, a qualcosa che si svolge in basso disponibile a tutti. 

La sua discutibile morale non era un incidente di percorso: ci vinceva le elezioni apparendo simile alla gente comune. La assolveva in qualche misura da quei piccoli peccatucci tipici italiani come non pagare tutte le tasse all’erario. Le accuse erano parte del personaggio di Silvio Berlusconi: l’eroe antagonista venerato da una parte e odiato dall’altra. 

Eroe antagonista fin dagli inizi, dividendo l’opinione pubblica fra chi gli riconosceva una carriera costruita dal nulla e chi sosteneva che, dietro l’imprenditore prima e del politico poi, ci fossero potentati illeciti. Eroe antagonista in tutto: dalla vita privata a quella pubblica che, nel novembre  2011, si fusero insieme portandolo alle dimissioni di fronte a una folla festante che invase il piazzale del Quirinale.
Se fosse stato un personaggio letterario probabilmente i suoi romanzi sarebbero best seller. Un incredibile dualismo incarnato dalla stessa persona. 

La morte di Silvio Berlusconi non può che chiudere un’era politica della quale rimarrà molto: nel linguaggio, nel modo di fare politica e nel modo di fare intrattenimento. Seppure Silvio Berlusconi non abbia eredi culturali e politici sarà difficile cancellare il berlusconismo che ha pervaso tutta la politica senza distinzione di parte.

Da questa settimana si aprono tanti interrogativi, uno su tutti: che fine farà Forza Italia? Ogni tentativo di Silvio Berlusconi di trovare un successore è fallito, e anche Tajani non ha le caratteristiche per assumere la guida di quello che è a tutti gli effetti un ramo d’azienda. Forza Italia è Silvio Berlusconi e, mentre per un azienda basta un manager, per un partito politico personale serve l’inventore.
Si suppone che Matteo Renzi possa catalizzare i voti berlusconiani in un futuro e, il fatto che al Riformista collabori con un amico di Silvio Berllusconi, è un indizio del  desiderio del senatore di Rignano. È una pura supposizione visto che Forza Italia entrerà per forza nel testamento: se non altro per i molti soldi che il partito doveva a Berlusconi. 

È stato opportuno il lutto nazionale?

No. Su questo non è possibile anteporre opinioni alla legge. In questo caso il governo ha fatto prevalere il pathos di parte sull’interesse generale. Silvio Berlusconi è morto da capo di partito, non da rappresentante di un’istituzione: in questo sta tutta l’inopportunità del lutto nazionale che aveva la pretesa di lode e basta. Fra lodare e sotterrare il rancore c’è una grande differenza che passa dal lasciare libertà nel farsi un’opinione. Il leader di Forza Italia era divisivo come tutti i leader politici lo sono, è una pretesa veramente grande quella di volere le onorificenze dell’intero Paese.
Sarebbe stato sufficiente il funerale di Stato: già così avrebbe avuto un simbolo di un lutto collettivizzato. Indire il lutto nazionale è stato come esagerare con la fiamma quando scaldi il latte: rischi di farlo straboccare.

Silvio Berlusconi: cosa ho imparato da avversario?
Sarebbe moltointeressante potervi raccontare di quella volta che… Lo stanno facendo tutti ma io Silvio Berlusconi l’ho sempre visto solo in TV. Sono nato e cresciuto nell’era di Berlusconi, ho costruito la mia coscienza politica in antitesi alla sua idea di Paese.
Mi posso definire tranquillamente un antiberlusconiano: mi sono avvicinato alla politica durante l’adolescenza avversando tutto ciò che Silvio Berlusconi faceva e diceva, provando anche vergogna a volte per essere rappresentato da lui. Ricordo che non riuscivo a comprendere come mai, nonostante le dure critiche che arrivavano dal Centrosinistra, continuasse a vincere.

Adesso credo di aver capito il perchè: era lo stesso antiberlusconismo a rafforzare il suo elettorato. Più era criticato per i suoi atteggiamenti, più radicava il consenso di chi si specchiava in lui. Sicuramente uno degli sbagli che commettevamo è stato considerare i suoi elettori come amorali o “furbacchioni”: atteggiamento che purtroppo non ha mai permesso di controbattere con proposte politiche alternative. E ahimè in questi giorni non si riesce a staccarsi da quell’atteggiamento, forse per paura di abilitare Berlusconi. Ma che sia piaciuto oppure no, è stato sempre abilitato, anche quando lo ritenevamo inadeguato al suo ruolo politico.

È lo stesso atteggiamento che vedo crescere nei confronti di Giorgia Meloni senza ricordarsi come con Silvio Berlusconi non abbia portato mai risultato. Rischiamo di passare dall’antiberlusconismo all’antimelonismo non prestando attenzione a quello che davvero conta in politica: la politica stessa.

Federico Feliziani
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Federico Feliziani
Autore e scrittore di prosa e poesie, blogger e consigliere comunale a Sasso Marconi, è da circa un decennio politicamente attivo e dedito alla causa contro le violazioni dei diritti umani. Considera la propria disabilità un’amica e compagna di vita con cui crescere e mantenere un dialogo costante.