Rino Gaetano
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Rino Gaetano, tre canzoni dal significato che non ti aspetti

Tempo di lettura: 5 minuti

“C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo! Non ci riusciranno! Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni! Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera! Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale!” 

La profezia di Rino Gaetano, urlata in concerto nel 1979 sulla spiaggia di Capocotta, è senza dubbio compiuta. L’irriverente (e geniale) cantautore crotonese ha perso la vita 39 anni fa, ma le sue canzoni continuano ad essere ascoltate ancora oggi, e non sono disdegnate dal pubblico giovane; pervase da un’intelligenza ed un’ironia che non ha eguali, le canzoni di Rino sono gli esempi più limpidi e forti di una denuncia sociale ancora attualissima, spesso celata dietro testi apparentemente leggeri e disimpegnati.

“Rino Gaetano era una supernova“: questo il pensiero del giornalista Andrea Scanzi, che non poteva centrare il punto più di così. Rino Gaetano era una supernova e la gran parte delle persone ha impiegato anni per comprendere la sua luminosità. Rino rifiutò ogni sorta di etichetta ed evitò di schierarsi politicamente: nonostante questo, la sua voce ruvida non è esente (anzi!) dal fare riferimenti e critiche alla classe politica italiana. L’Italia grottesca in cui viviamo è raccontata nelle strofe di Rino Gaetano più che in quelle di tanti osannati colleghi viventi. Gaetano arrivò in alcuni suoi brani a fare nomi e cognomi di uomini politici del tempo e non solo e, anche per questo, i suoi testi e le sue esibizioni dal vivo furono più volte segnati dalla censura.

Spesso e volentieri il repertorio del cantautore è stato analizzato e criticato, in quanto alcuni testi risultano criptici. Proprio su questa cripticità vogliamo giocare oggi: abbiamo selezionato per voi 3 brani del cantautore crotonese che vi stupiranno per il loro significato, non immediatamente comprensibile.

Aida

(Aida, It, 1977)

Durante un concerto nel 1977 a San Cassiano, in provincia di Lecce, Rino Gaetano introdusse così l’esecuzione di  “Aida”: «Ultimamente, qualche mese fa, io ho visto un film molto importante, che è “Novecento” di Bertolucci. Questo film era un po’ la storia dell’Italia, raccontata proprio in due parti. Io ho cercato di scrivere, di portare in canzonetta, la storia dell’Italia, degli ultimi 70 anni italiani, partendo un po’ dalle guerre coloniali fino ad oggi. E allora mi sono servito, per fare questa canzone qui, di una donna, che ha vissuto, attraverso i suoi amori e i suoi umori e la sua cultura, la politica italiana. Questa donna si chiama Aida.» 

Come ha dichiarato lui stesso con queste parole,  Aida racconta la storia dell’Italia del ‘900, rapportandola alla vita di una donna bellissima, per l’appunto l’Aida del titolo. Il titolo è un’eco verdiana: la protagonista dell’opera di Giuseppe Verdi è una principessa etiope divisa tra l’amore per la sua patria e quello per un giovane guerriero egiziano (appartenente al popolo che l’ha resa schiava), un po’ come l’Italia del secondo dopoguerra, divisa tra il mito delle sue origini e il sogno americano, e un po’ come questo stesso brano è diviso tra un sentimento di amore e odio per la propria nazione.

Aida a detta dello stesso Rino “non è una donna ma sono tutte le donne che raccontano, ognuna per cinque minuti, la propria storia. E chiaramente qui viene fuori la storia di questi settanta anni italiani.” Nel brano, la donna è ormai anziana ed è intenta a sfogliare il suo album di fotografie.  Nel guardarla ripercorrere “i suoi ricordi e le sue istantanee”, il brano fa riferimento a molti temi eventi degli anni che precedono il 1977. Si parla del nazionalismo e delle guerre coloniali,  de “il gran conflitto” annunciato il 10 giugno 1940, quando Benito Mussolini si affacciò dal balcone di Palazzo Venezia per annunciare l’entrata in guerra dell’Italia, “e poi l’Egitto”, ossia le campagne in Nord Africa. Immancabili le “marce”, le “svastiche” e i “federali”, simboli di un periodo buio della storia italiana che lasciò “un paese diviso” e “più nero nel viso”, in cui però il rosso è il colore dell’amore e non più del sangue versato dai soldati in guerra.

Si arriva così al grido di “Aida, come sei bella”, sofferta dichiarazione d’amore alla nazione, nonostante le contraddizioni e le tragedie del suo passato, che introduce la seconda parte della canzone, quella che racconta l’immediato dopoguerra. Tra “compromessi”, “povertà”, “salari bassi”, “fame” e lo spettro del “terrore russo”, per poi approdare all’assemblea costituente e alla democrazia, rispetto alla quale il cantautore commenta rassegnato “e chi ce l’ha?”, come a dire che, in realtà, in Italia la democrazia è stata solo un’illusione, perché gli interessi di pochi hanno continuato a prevalere su quelli delle masse. Il brano si conclude con i “trent’anni di safari”, ossia trent’anni di lotte tra politici (“antilopi e giaguari”), imprenditori (“sciacalli”) e uomini dello spettacolo (“lapin”).

Ogni parola è calibrata, messa in un determinato punto per un motivo ben preciso: Rino Gaetano non lascia nulla al caso.

Berta filava

(Mio fratello è figlio unico, It, 1976)

Il titolo del brano viene dal detto “è passato il tempo in cui Berta filava” , per indicare le differenze tra il presente e i tempi andati: la Berta del proverbio è identificata, di solito, con Bertrada di Laon, moglie di Pipino il Breve; quel che è certo, però, è che a Rino Gaetano non interessava reinterpretare la leggenda che coinvolge Bertrada.

Nello stesso concerto che abbiamo citato parlando di Aida, sulle note d’inizio di “Berta filava” il cantautore fece questo discorso: ““vorrei ricordare un grosso personaggio che è nato a pochi passi da qui, è nato a Maglie. È uno dei più grossi calzaturieri. È uno che ha fatto le scarpe a tutta Italia. E’ uno che ha la freccia bianca in testa. Lui ha inventato diversi termini. È un grosso filologo. Ha inventato le convergenze parallele e la congiuntura, tutte queste cose che tendono a non chiarire nulla. È una cosa dispersiva. Io l’anno scorso ho scritto una cosa ancora più dispersiva, dedicandola a questi grossi personaggi del mondo della politica e di altri mondi. Questa sera la voglio dedicare a questo personaggio che ha fatto le scarpe a tutta Italia”Chi vi ricorda? SI tratta di un chiaro riferimento ad Aldo Moro.

“Berta filava” ha un profondo significato legato all’attualità politica di metà anni ’70. Sì, è vero: Berta non è una ragazza che si fa corteggiare da Mario e Gino e poi va a letto con un terzo uomo. Mario e Gino sono rispettivamente Mario Tanassi e Gino Gui, due politici non di primo piano dell’epoca, ritenuti i responsabili di un giro di Tangenti internazionale, il caso Lockheed. Leggiamo da Wikipedia: “Lo scandalo Lockheed riguarda gravi casi di corruzione avvenuti in diversi Paesi negli anni settanta, e in particolare Paesi Bassi, Germania Ovest, Giappone e Italia. Nel 1976 l’azienda statunitense Lockheed (oggi Lockheed Martin) ammise di aver pagato tangenti a politici e militari stranieri per vendere a Stati esteri i propri aerei militari“.

Berta era Bert, il soprannome di Robert E. Gross, il fondatore della Lockheed. E l’amianto citato nel testo potrebbe essere, verosimilmente, quello degli aerei. Rino Gaetano in questa canzone lancia un vero e proprio “siluro” alla Democrazia Cristiana. Perché l’affare Lockheed non era responsabilità di due politici di secondo piano: “Il bambino non è né di Mario, né di Gino”, ma di “qualcuno” ai piani più alti, che però ovviamente non fu toccato dalle inchieste, ossia Aldo Moro, il “calzaturiere che ha fatto le scarpe a tutta Italia” di cui parlò durante il concerto.

Nuntereggae più

(Nuntereggaepiù, It, 1978)

Il testo più esplicito e diretto di Rino dà il titolo all’album uscito nel 1978. “Nuntereggaepiù” non è altro che un brillante catalogo dei personaggi che invadono radio, televisioni e giornali. Nel 1981 Rino si rivelerà preveggente: la magistratura scopre la lista degli affiliati alla P2 di Licio Gelli, loggia massonica in cui compaiono alcuni nomi citati nella filastrocca di Rino. Sicuramente una coincidenza, ma che ci lascia interdetti.

A dispetto del titolo, nel brano non c’è un briciolo di reggae. Il titolo gioca sull’assonanza fra il genere musicale giamaicano e la coniugazione romanesca del verbo reggere. Inoltre, come già era accaduto in “Mio fratello è figlio unico”, il finale è dissonante rispetto al tema trattato, con l’introduzione di una frase d’amore: “E allora amore mio ti amo / che bella sei/ vali per sei/ ci giurerei.”

Si tratta di uno sfottò come un altro per dire: “Vabbè, dato che vi ho detto tutte ‘ste cose, che tanto la canzone non fa testo politico, non è un comizio e io non ho la preparazione per dire nulla (non sono né Berlinguer né Pannella) allora a questo punto hanno ragione quelli che fanno solo canzoni d’amore…”

Serena Zoe Lombardi
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Serena Zoe Lombardi
Nata nel 1995, curiosa e sognatrice, capisce di voler insegnare vivendo una grande e sofferta storia d’amore con il latino e greco. Laureata in Lettere Antiche tra passione e lacrime, mentre insegue il suo sogno legge, canta, si commuove (spessissimo) e chiacchiera con chiunque le si pari davanti.