Storia di una pandemia vissuta dal divano - Parte 3
Editoriali

Storia di una pandemia vissuta dal divano – Parte 1

Tempo di lettura: 4 minuti

Era ancora l’inizio di febbraio quando, tra una canzone e l’altra del Festival di Sanremo, il Tg1 ci raccontava delle condizioni dei due coniugi cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma a causa di un nuovo, misterioso, virus che però non sembrava così minaccioso, o perlomeno così ci veniva raccontato. Nemmeno Paolo è spaventato – si chiama così il personaggio di pura fantasia che ci accompagnerà nel corso di questo editoriale – e smanetta sul suo smartphone nell’attesa che si torni in diretta con Sanremo 2020, dopo la pubblicità.

L.X.M, 66 anni, e sua moglie H.Y., 65 anni, erano atterrati a Malpensa qualche settimana prima col sogno di visitare tutte le più belle e famose città italiane. Venivano da Wuhan, il focolaio cinese dal quale tutto ha avuto inizio, e forse anche loro avevano fatto l’errore di prendere non troppo seriamente la cosa.

Nel frattempo Paolo dal divano fa il tifo per Elodie, freme per il nuovo look di Achille Lauro e si chiede dove sia andato Bugo. Il nostro Paolo, comunque, è un po’ ipocondriaco e visto che da giorni non si parla d’altro che di questo nuovo virus, decide di farsi un giro su Twitter- dalla tv suona “Se ti sembrerò piccola Non Saròòò la tua Andromedaa Andromedaaaa” – e effettua una ricerca prima”Hashtag-coronavirus“, poi “Hashtag-wuhan“. Si ritrova dentro lo schermo foto e video inquietanti di gente in mascherina, autorità in mascherina e individui con strani tutoni che sembravano appena usciti dalla serie su Chernobyl . L’ansia sale, ma dopo un po’ Paolo ricorda gli esercizi di respirazione che gli ha insegnato la psicologa  e torna ad essere tranquillo.
Anche perché in mezzo a tanti tweet catastrofici, ce n’erano altrettanti rassicuranti: “È poco più di un’influenza“, “Abbiamo passato l’aviaria, la suina, dicevano che l’Ebola ci avrebbe uccisi tutti, ma siamo ancora tutti qui a guardare Sanremo e chiederci chi cappero è Diodato“.

Un bel po’ di questi tweet erano di giornalisti europei ed italiani che qualche settimana più tardi avrebbero fatto mea culpa, ammettendo di aver sottovalutato l’emergenza.

Ma forse è meglio mettere via lo smartphone e cambiare canale. Sanremo è finito, Paolo decide di spararsi un po’ di diretta del Grande Fratello Vip.

Epidemia fu

La vita procede in maniera abbastanza regolare. Siamo a metà febbraio.

Il nostro Paolo, stressato dal lavoro e con la paura che quei maledetti attacchi di panico possano tornare, decide di comprare l’album Calciatori Panini 2019-2020. Ha scoperto che ritrovare vecchie, piccole, abitudini di quando era solo un ragazzino lo mette di buon umore e gli tiene la mente impegnata. E poi l’idea di comprare l’album sembrava così allettante: ne parlavano pure i giornalisti di Sky Calcio nell’intervallo delle partite di Serie A.

Intanto sui social girano diversi meme a tema coronavirus. Il più divertente è quello che fa “Prima del coronavirus – e c’è la famiglia Simpson seduta sul divano – Dopo il coronavirus – tutta la famiglia ha preso le sembianze di Fabrizio Corona“. Certi esponenti della destra nostrana spiegano perché dovremmo assolutamente chiudere le frontiere, soprattutto ai migranti: non sia mai ci portino il virus. E poi c’è la storia di Niccolò, che prima non si capisce come riportarlo in Italia, poi viene in qualche modo trasferito pure lui allo Spallanzani.

Ad ogni modo, l’emergenza coronavirus sembra una cosa così lontana da noi. Lo stesso Paolo, ipocondriaco com’è, si sente tranquillo perché non è stato nelle settimane precedenti in nessuno dei posti frequentati dai coniugi cinesi prima di essere ricoverati. E poi sono passate due settimane, se pure si fosse beccato ‘sto virus il periodo di incubazione dovrebbe essere passato. È la sera del 21 febbraio e Paolo è sul divano ad attaccare le figurine. Uno speciale del Tg1 lo interrompe, il coronavirus è arrivato in Italia, in un paesino della provincia di Lodi che non aveva mai nemmeno sentito nominare. I toni dei vari servizi del telegiornale sembrano essere già un po’ meno rassicuranti. Paolo non fa nemmeno in tempo ad attaccare tutti i 5 euro di figurine che si sentiva già parlare di primo focolaio italiano, numero di contagi, ricerca del paziente zero.

La sera del 22 febbraio Giuseppe Conte “blinda” Codogno, Vo’ Euganeo e altri comuni tra la Lombardia e il Veneto. È la prima cosiddetta “zona rossa“.

Paolo comunque è abbastanza tranquillo. La faccia del premier è così rassicurante. E poi i giorni successivi tutti a dire “e vabbè, i giornali devono vendere copie. Se guardi il tasso di letalità in Cina, è basso“. Paolo di statistica non ne sa una mazza e prende bene anche la chiusura delle scuole e delle università  del 4 marzo. Ma quanto è strambo che gli abbracci, le strette di mano, i baci sono vietati per legge?

L’opinione pubblica da social comincia a prendere più seriamente la questione:”Se chiudono tutte le scuole, allora forse la cosa è più seria di quanto sembra“.

Paolo è di ritorno dal supermercato e non vede l’ora di tornare sul divano. Dopo due mesi, finalmente è riuscito ad acquistare un pacco di Nutella Biscuits. Si dirige nel sottopasso della stazione della sua città, che è la strada più veloce per tornare a casa, e sulle scale mobili rimane di sasso. Davanti a lui una donna indossa la mascherina: la stessa che un mese prima aveva visto indossare ai cinesi su Twitter. Resta lì a fissarla qualche secondo e avverte una strana sensazione nel petto.
Ma poi va via e dice a se stesso: “psicosi, è così che la chiamano“. C’è il divano che lo aspetta.

To be continued… forse.

Pietro Colacicco
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Pietro Colacicco
Responsabile Editoriale di Borderlain.it. Giornalista pubblicista dal 2017 e studente di Scienze Politiche, Sociali e Internazionali. Scrive per non implodere. Conosce a memoria la tabellina del 9.