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Società

Coronavirus e peste: cosa ci può insegnare Boccaccio?

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Da qualche giorno, a causa del Coronavirus,  l’Italia si è tinta di rosso. Probabilmente ti starai chiedendo: perché proprio a noi? Tra tutti gli Stati, proprio qui doveva succedere?
Da un giorno all’altro ci siamo trovati a vivere un avvenimento storico che riporteremo alle generazioni future, così come fecero con noi i grandi del passato. Boccaccio, ad esempio, nel Decameron ci raccontò della pestilenza… e oggi più che mai, le sue parole ci colpiscono direttamente.

La peste come il Coronavirus?

La peste nera, descritta nelle prime pagine del Decameron, fu una terribile epidemia che devastò la città di Firenze nel 1348. Per casualità o forse per uno scherzo del destino, la peste fu importata dal nord della Cina. Ovviamente non possiamo considerare il Coronavirus alla stregua di una pestilenza, ma nella descrizione di Boccaccio ci sono molti elementi che ci fanno pensare: “so bene cosa si prova”.

In primis, Boccaccio è colpito dalla facilità di diffusione della malattia, che come una furia incontrollabile si scagliò sulla città. Allo stesso modo il Coronavirus, con cui lottiamo da giorni, sembra non fermarsi, insediandosi in chiunque incontri sul suo cammino.

Ma a sconvolgere Boccaccio è la degradazione dei rapporti sociali e la dissoluzione dell’ordine etico e civile. I principi di affetto vengono meno, i malati sono abbandonati nelle loro case dagli stessi parenti, molti fuggono nelle campagne per evitare il contagio, gli schiavi derubano i signori morenti. Seppur vagamente, tutto ciò sembra ricordare la nostra situazione: il divieto di baci e abbracci, gente che fugge in montagna per la settimana bianca con la scusa “qui almeno non mi ammalo”, sciacalli che si approfittano di anziani impauriti, una lotta di tutti contro tutti e la necessità di trovare un imputabile.

La peste non è il Coronavirus

È vero, la descrizione di Boccaccio ricorda quanto stiamo vivendo in questi giorni. Ma il Coronavirus non è la peste. Rispetto ai cittadini della Firenze del 1348, noi siamo incredibilmente fortunati. Abbiamo accesso a un eccellente sistema sanitario dove medici e infermieri si dedicano ai pazienti fino allo sfinimento. E l’unica cosa che ci viene chiesta è di starcene in casa (eppure per molti questo sembra comportare un grande sacrificio).

Pensiamola così, i fiorentini (come i novellatori nel Decameron) avevano bisogno di fuggire dalla città e abbandonare le proprie dimore per ristabilire una convivenza lieta e civile. Noi abbiamo la possibilità di fare tutto questo comodamente dal nostro divano: abbiamo le lezioni e la spesa online, lo smart working, possiamo cenare su Skype con i nostri amici e quindi non rinunciare a momenti di socialità… Insomma, tutto sommato non ci possiamo lamentare.

Questa esperienza deve piuttosto farci riflettere: impariamo ad apprezzare quelle piccole cose che solitamente diamo per scontate… la salute, la socialità, gli affetti. E quando tutto tornerà alla normalità ricordiamoci che il telefonino quando siamo fuori con amici possiamo anche non usarlo.

Chiara Cogliati

 

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Chiara Cogliati
Da un anno vive a Venezia dove studia, ogni tanto si rintana leggendo e ogni tanto pensando, anzi spesso, serve per fare tutto il resto. Le piace ascoltare, le riesce meglio che parlare, ma per fortuna sa anche scrivere, un pochino, e allora quello che vorrebbe dire a parole lo scrive, così si diverte.