Cultura

Perché il Netflix della cultura è esattamente ciò di cui non abbiamo bisogno

Tempo di lettura: 4 minuti

Franceschini o Franceschiello? A giudicare dall’ultima trovata del Ministro, il secondo nome sembrerebbe essere più adatto. Il Netflix della cultura annunciato trionfalmente di fronte la platea del Parlamento Europeo dimostra che il capo del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo ha chiaramente perso i lumi della ragione, nonché la fiducia riposta in lui da parte di un’intera categoria produttiva. Un po’ come Franceschiello, l’ultimo, incapace sovrano borbonico che perse il proprio regno. E che faceva anche un po’ tenerezza per la sua foga e ingenuità.

Nel turbinio dell’ossessione per il Natale e per le curve di contagio, che stanno monopolizzando ormai da giorni l’informazione pubblica tra stazioni sciistiche, alberghi e ristoranti, mamma e papà in un’altra regione e palline per l’albero introvabili, il settore della cultura perde, ancora una volta. Il silenzio del governo italiano si fa sempre più assordante, e a poco servono i moniti dei ristori se a riaprire al consumo sono tutte le attività, ma non quelle culturali. Metà del PIL del Paese è in letargo forzato, almeno fino al 15 gennaio. E il Ministro pensa bene di agire mettendo in atto la peggiore soluzione che potesse trovare.

No, Netflix della cultura non è una buona idea: è il contentino di cui l’Italia proprio non aveva bisogno.

La piattaforma

L’idea di realizzare una piattaforma digitale fruibile in tutta Europa si era materializzata nella mente del Ministro già durante la prima ondata della pandemia. Il progetto doveva trasformare il digitale in un luogo in cui poter erogare spettacoli teatrali, lirici, film e festival di produzione italiana, accessibile da tutta Europa. «L’Europa intera è il più grande produttore di contenuti culturali. In un contesto sempre più digitale, accelerato dalla pandemia, è venuto il momento di costruire una piattaforma comunitaria che offra la cultura europea online. Noi l’abbiamo fatto in Italia, finanziando con 10 milioni di euro una piattaforma pubblica che partirà nei prossimi mesi che offrirà tutta la cultura italiana online: prosa, teatro, danza, musica, concerti» afferma orgoglioso Franceschiello a Bruxelles.

Oggi, quest’idea si è concretizzata, grazie ai finanziamenti della Cassa Depositi e Prestiti e alla piattaforma privata Chili, ciascuna delle quali ha versato 9 milioni di euro per il progetto. 18 milioni, dunque, che vanno a sommarsi ai 10 investiti dal MiBACT (e presi dal Recovery Fund). Un totale di 28 milioni di euro per realizzare un prodotto inutile: perché il mondo sta ripartendo, in Europa musei e cinema riaprono, e i fondi andrebbero destinati alle istituzioni per strutturare dei piani sul medio-lungo termine di ripresa del settore. Ma in Italia si decide di costruire l’ennesimo streaming da far pagare ai cittadini: tanto chissà dove vanno a finire i 90 euro del canone della rete nazionale…

Il mondo va veloce e l’Italia resta indietro

Tiziano Ferro che canta la storia dell’Italia. Il mondo va veloce e io sto indietro: non solo il nostro Paese ha dimostrato di essere completamente privo di qualsiasi infrastruttura digitale durante la prima ondata della pandemia, producendo di conseguenza dei risvolti scadenti a causa di questa impreparazione. Anzi, continua a dimostrarsi completamente ottuso, concentrandosi solamente adesso su ciò che andava fatto mesi e mesi fa. Tuttavia, adesso sarebbe il caso di ragionare in prospettiva di ripresa.

Se guardiamo solamente all’Europa, vediamo che in Francia la riapertura dei luoghi della cultura è prevista per il 15 dicembre. Pur mantenendo il coprifuoco, si può tranquillamente mostrare il biglietto dello spettacolo e rientrare senza problemi. In Portogallo, il lockdown è molto più rigido del nostro blando color color: nonostante nel weekend sia consentito uscire solamente nella fascia oraria tra le 11 e le 13, i cinema sono aperti di mattina. Il Belgio, tra i Paesi più colpiti dalla seconda ondata, ha chiuso tutto tranne i musei. Il governo britannico stanzia fondi per la riapertura culturale. In Olanda nessun luogo di cultura ha mai veramente chiuso.

E noi stanziamo fondi per una piattaforma online, la cui utilità è decisamente dubbia perché ora, a fronte del dispendio economico, costituisce un gioco che non vale la candela.

Le criticità sono molteplici. In primo luogo, questi 28 milioni di euro potevano andare a rifocillare le casse di istituzioni statali e siti archeologici con l’acqua alla gola e una lista di licenziamenti infinita. O, ancor meglio, potevano andare a incrementare le infrastrutture digitali di queste realtà, in previsione di un’innovazione futura sempre più necessaria nell’esperienza di fruizione culturale – sulla quale, ancora una volta, l’Italia dimostra di essere fortemente arretrata rispetto al contesto europeo.

In secundis, un investimento di questo tipo disincentiva il turismo straniero nel futuro imminente. Se in giro per l’Europa si riaprono tutti i luoghi di cultura, per quale motivo un turista francese, belga, spagnolo o olandese dovrebbe essere interessato ad un concerto o una mostra italiana su schermo, ancora erogato sotto forma di videolezione? Forse solo Franceschiello può dircelo. Di certo, la sua trovata geniale rivela che lui è il primo a non essere molto interessato a consumare in cultura (d’altronde, le cifre che ha firmato per il decreto Cura Italia sono pressocchè misere). Meglio spendere nei centri commerciali che, a differenza dei musei, sono stati riaperti. Nel luogo più affollato dell’esistenza umana il virus non compare, ma al museo (vuoto da anni) sì: il problema è forse il quoziente intellettivo del Covid, da partecipazione ai salotti di trogloditi in tv?

Che dire, poi, di Rai Cultura? Un canale abbandonato a sé stesso ma dalle grandi potenzialità. E allora si potrebbe chiedere al Ministro: caro il nostro Franceschiello, ma incentivare la programmazione della rete già esistente, attuando una collaborazione con le reti di singoli Paesi ed evitando un’esclusione dovuta alla mancanza di banda larga su buona parte della popolazione nazionale, era troppo difficile?

Che non ce ne voglia il Ministro per questa svolta culturale del Paese, ma a noi il Netflix della cultura conduce ad un unico metro di giudizio: quello espresso da Fantozzi in merito alla corazzata Potëmkin. E il “noi” include tutta la filiera produttiva del mondo della cultura ormai silente, in seguito alle disperate richieste ad un governo sordo all’educazione ma incredibilmente reattivo al denaro proveniente da un sistema economico che continua a fallire su tutti i fronti.

Sara Maietta
LEGGI ANCHE – Il problema culturale. Colloquio con Mauro Lamanna
Ti sei perso il Cronache di un Borderlain di questo mese?
CLICCA QUI

Leave a Response

Sara Maietta
Una vita ascrivibile all'ABCD: aspirante curatrice, bookalcoholic, catalizzatore di dissenso e dadaista senza speranze.