la casa dei ricordi
Racconti Brevi

La casa dei ricordi

Tempo di lettura: 4 minuti

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“Bene. Quando se la sente possiamo entrare”.

“Sì.. mi scusi, stavo solo.. prendendo le chiavi..”

“Primo piano”.

“Sì.. no, mi scusi, ma è proprio necessario?”

“Glielo confermo. E poi è stata lei a chiamarmi”.

“Sì.. ma intendevo dire.. è proprio necessaria la mia presenza?”

“Glielo confermo”.

“Sì, ma.. è proprio indispensabile usare i ricordi? Accetto anche denaro!”

“Chiudere i conti significa sommare i ricordi del passato. Questi non sono analizzabili da chi non li ha vissuti. Tantomeno in contanti. Non esiste altro modo per fare la valutazione. Dunque procediamo. 

 

“Stia attento ad aprire piano il portone, dietro ci sono le buchette della posta. Vede come sono alte, da piccola saltavo sempre per prendere la pubblicità che trasbordava prima della nonna”.

“Bene. Se ha qualcosa anche sulle scale mi dica pure”. 

“Non essendoci l’ascensore, non guardavo mai giù dalla tromba delle scale per le vertigini..”

“Continui”. 

“E avevo paura di incontrare il vicino dell’ultimo piano che parlava solo in dialetto, non capivo nulla, non sapevo rispondere, non volevo offenderlo, provavo vergogna..”

“Saliamo pure”. 

“Il rumore inconfondibile delle chiavi nella toppa del cancello..”

“Noto uno spioncino molto basso”. 

“Sa, mia nonna era alta un metro e venti..”

“Mi parli dell’ambiente. Non è vetusto come le tipiche case dei nonni”. 

“No, è sempre stata al passo con i tempi.. Questa è la cucina, qui ho mangiato ogni giorno dopo la scuola. Nonna preparava il pranzo e nonno la tavola dopo essermi venuto a prendere.. Mano nella mano.. No, non ce la faccio..”

“Non si fermi. Sta andando bene”. 

“Mi sedevo cavalcioni su questo angolo del bancone e raccontavo la mia giornata mentre nonna cucinava.. Le ero così vicina che piangevamo e ridevamo insieme quando tritava la cipolla. Col nonno, invece, a ogni fine pasto giocavamo a braccio di ferro, era imbattibile ma mi faceva vincere quasi sempre…”

“Continui”. 

“Venga in balcone, lo sente il silenzio? Qui ho vissuto tutte le estati, mi appoggiavo al parapetto e mi godevo la brezza, da questa parte del palazzo non batte mai il sole, leggevo all’ombra della tenda che mio nonno appendeva per ombreggiare.. Contavo le farfalline bianche in giardino mentre nonna stendeva..”

“Continui”.

“Dopo mangiato facevo i compiti mentre nonna lavava i piatti, poi arrivavano i miei e tornavo a casa, il sabato mattina facevano insieme le pulizie sulle note registrate della fisarmonica, la mia quotidianità è stata questa, fino a quando nonna non è…”

“Non si preoccupi. Siamo a buon punto. Proseguiamo. Mi parli di ciò che è appeso in corridoio.”

“Ci metterei troppo tempo, ogni cosa qui dentro ha una storia: è tutto qui da quando ho memoria…”

“Solo un particolare”.

“A questo specchio ho assistito al dilagare della mia pubertà… Vede di fianco quel mobiletto, interi pomeriggi ad ascoltare il ritmo della macchina da cucire, l’ombra di mia nonna china sull’ennesimo orlo, lo spillo in bocca e il ditale nella mano destra…”

“Bene. Abbiamo quasi finito. Manca la camera da letto”.

“No, quella no”.

“È necessario al fine di una corretta e completa valutazione”.

“Se le interessa una bella valutazione, questa stanza non fa per lei. Non c’è nessun bel ricordo qui ed è per questo che non posso più dire “vado a casa dai nonni”. Glielo avevo detto che sarebbe stato meglio il contante. Una bella valutazione razionale dei muri e basta. Ho fatto quello che mi ha chiesto, ora la prego basta, andiamocene!

“Sa, le faccio una confessione. Arrivati a questo punto, le persone si dividono sempre in due. Da una parte ci sono quelle che tengono in vita solo i ricordi belli e, come lei, si rifiutano di pensare al resto. Dall’altra ci sono coloro che rammentano solo i più dolorosi, spesso gli ultimi atti vissuti prima della morte, perdendosi di fatto la felicità passata. Ma sa cosa le dico? Che in entrambi i casi si sbaglia. Perché la vita non è o tutta bianca o tutta nera. Esistono momenti di luce nel buio come piccoli nei su lenzuoli bianchi. Lei lo sa perché sono qui?”

“Sì, ma fa troppo male…”

“Prima o poi per tutti si fa una certa e si chiama in causa il cuore. Perché la razionalità non basta per elaborare il lutto e tutto ciò che di bello o di brutto si è vissuto. Perciò bisogna chiamare a se tutta la propria forza di volontà e darmi la possibilità di andare avanti. Altrimenti ci si perde.

“Lo so signor Cuore, ma le ripeto…”

“Mi dica una cosa: lei quanto ha voluto bene ai suoi nonni?”

“Non è quantificabile. Il valore che ha questa casa per me è infinito, qui è dove sono nata e cresciuta, è successo tutto troppo in fretta… Ho voluto loro un sacco di bene.”

“Un sacco?”

“No, ha ragione. I miei nonni erano il mondo e ora che non ci sono più devo avere davvero a che fare con quello dei grandi, non si può più tornare indietro. Quindi, sì, ho voluto loro un mondo di bene, il mondo che mi hanno fatto conoscere allora e che ricorderò sempre con affetto e serenità…”

“Accetto. Vedo che è arrivata alla fine della trattativa da sola. Firmi pure qui. Quindi siamo d’accordo: un mondo in cambio del loro ricordo dentro di me. Per sempre.”

“Signor Cuore… sarà dura?”

“Purtroppo non posso farle sconti quindi devo dirle di sì. Ma non sarà sola mi creda.”

“Va bene…ecco le chiavi…”

“Ora la saluto. È stato un piacere fare affari con lei.”

“La ringrazio… ma senza offenderla, la prossima volta, vorrei rivederla il più tardi possibile..”

 

Dedicato a chi ha chiuso una casa dando le chiavi al cuore e ha voluto, 
a chi ha abitato la prima e rimarrà d’ora in poi nel secondo, 
“un mondo di bene”.

 

Carlotta Cuppini

 

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Carlotta Cuppini
Fondatrice di Borderlain, le piace organizzare persone e progetti con sorridente serietà. Adottata da Milano con furore, beve caffè amaro al mattino e vino rosso la sera. Colleziona edizioni di 'Jack Frusciante è uscito dal gruppo' che tiene sul comodino insieme al manuale di Management.