Cultura

Il caso Beeple e la cryptoart: una nuova storia dell’arte (ma per chi?)

Tempo di lettura: 4 minuti

Era il 1936 quando Walter Benjamin allertò il mondo sulle infinite possibilità di riproduzione dell’arte tramite le nuove tecnologie. Lo scrittore tedesco riteneva che l’avvento del cinema e della fotografia, le “nuove” tecniche dell’epoca, avessero permesso la riproduzione  pressoché infinita di ogni opera d’arte, attenuandone l’autenticità (e, di conseguenza, il valore e il potere di fruizione).

Saltando di circa ottant’anni, la questione risulta bollente ancora oggi. L’11 marzo 2021 la casa d’arte Christie’s ha venduto un’opera completamente realizzata in digitale. Ciò significa che un collage di banalissimi file jpg ha soffiato il podio a Jeff KoonsDavid Hockney, e persino Monet – le cui Ninfee sono state vendute a 54 milioni – per essere battuto allo sconvolgente valore di 69.3 milioni di dollari.

Si tratta di un esempio di quella definita come cryptoart, che non stupisce tanto per l’opinabile etichetta di oggetto artistico, quanto per il prezzo vertiginoso a cui è stata venduta; superando, di fatti, anche il valore della gif del Nyan Cat, il gattino digitaleper cui, lo scorso 19 febbraio, sono stati incomprensibilmente spesi 545mila dollari.

Dopo l’evento, i giornali di tutto il mondo hanno parlato di “NFT mania“. Lo stesso artista beneficiario, l’americano Mike Winkelmann (in arte Beeple) ha dichiarato pubblicamente il proprio stupore, pubblicando un sonoro «holy fuck» sul suo profilo twitter.

Il caso Beeple e la cryptoart

Il caso di Beeple e della cryptoart è la punta dell’iceberg dell’ultima moda che sta appassionando il settore del collezionismo artistico. Prima il Nyan Cat, poi il video di una schiacciata di Lebron James, a seguire il primissimo tweet postato in internet sulla piattaforma e infine Beeple, con Everydays. The first 5000 days: tutti questi file, banalmente visionabili su youtube ma venduti a valori vertiginosi, hanno in comune la loro natura di non fungible token (NFT).

Bisogna infatti partire dal concetto di NFT per poter comprendere il successo sfrenato del caso di Beeple e della cryptoart. Caratterizzata da elementi intangibili, liberamente riproducibili o individuabili da tutti, questa versione dell’arte digitale è spesso niente più che un calderone di immagini o meme di uso comune che osserviamo quotidianamente sul web. Tuttavia, ognuno di questi elementi – sia esso un video o il collage in questione -, se collegato ad una stringa di codici unica, diventa oggetto irripetibile e introvabile nel mondo digitale.

Questa stringa di codici prende il nome di token. Probabilmente avrete già sentito questo termine: il token è, infatti, lo strumento di valuta digitale utilizzato nel mondo dei bitcoin. Ogni token rappresenta un gettone, ovvero una moneta, e può essere quindi scambiata con un token dello stesso valore. Il non fungible token invece, è l’opposto: si tratta di un gettone non interscambiabile e quindi unico.

Quando il token viene collegato ad un blockchain, una sorta di database, i gettoni possono essere scambiati o se ne può certificare la non fungibilità. Vien da sé che un qualcosa di irripetibile assuma un altissimo valore, anche nel caso in cui si tratti delle gif che inoltriamo su WhatsApp a nostra zia 50enne. E se consideriamo che l’arte si nutre del concetto e del valore di irripetibilità – e irreperibilità – dell’oggetto o del pensiero, ne consegue che l’idea di collegare “artisticamente” un qualcosa di banale ad un certificato di autenticità faccia gola al collezionismo contemporaneo più esasperato. Come sostiene Jason Farago sul New York Times, «l’NFT produce ciò che è sempre mancato all’arte digitale: edizioni limitate».

Un’arte non arte – ma per chi?

Ad osservare attentamente questo fenomeno, è naturale ripensare a Benjamin e al suo testo d’ammonimento. Perché in fondo, anche dopo più di ottant’anni i quesiti rimangono più o meno invariati. Soprattutto, vien da domandarsi se l’evidente deriva della produzione artistica contemporanea sia colpa del digitale, o sia l’effetto di un abuso che è stato fatto dello strumento. 

La riflessione in merito alla vendita all’asta dell’opera di Beeple necessita perciò di essere approfondita; in primis, in modo autoreferenziale. Bisogna infatti risalire ancora una volta all’annosa questione di cosa può o non può essere definito come opera d’arte.

Delle immagini realizzate in rendering 3d possono avere lo stesso valore di un quadro di Tiziano? La risposta più spontanea è, ovviamente, no. Ma non possiamo dimenticare che lo stesso paragone è stato portato, tempo addietro, anche per artisti che oggi consideriamo maestri. Ecco dunque, che appena cinquant’anni fa, il mondo dell’arte si chiedeva se anche le scatole di detersivo Brillo di Andy Warhol potessero essere considerate arte.

Il mondo dell’arte contemporanea è sempre stato soggetto a violente critiche, spesso volute e cercate. L’idea – geniale? – dell’artista statunitense Beeple potrebbe dunque rientrare in quel filone, tanto caro al contemporaneo, di suscitare un forzato scalpore.

Allo stesso tempo, però, limitare quest’azione di cryptoart ad una buffonata in stile Cattelan potrebbe risultare riduttivo. In fondo, la storia della speculazione del mercato artistico è vecchia quanto il mondo: Beeple non è di certo il primo a vendere un diritto astratto invece di un vero e proprio oggetto, come dimostrano i Monte Carlo bond di Duchamp o il Fiato d’artista di Manzoni. Ma se in Duchamp o Manzoni il valore era conferito all’idea, nel caso del collage di Beeple è impossibile affrontare un discorso analogo.

È chiaro, però, che Beeple e la sua opera di cryptoart evidenzino quella che è una tendenza culturale. Nell’ultimo periodo, i sostenitori della criptovaluta sono aumentati vertiginosamente, soprattutto durante la crisi da pandemia di Covid-19. Questi paladini della moneta virtuale ritengono che il token e il meccanismo del bitcoin possano rendere la produzione creativa più accessibile e non più strettamente élitaria: una visione, all’atto dei fatti, utopica tanto quanto quella relativa alla fede nell’autoregolamentazione del mercato libero. Everydays è stata infatti acquistata da Metakovan, pseudonimo del co-fondatore di Metapurse, il fondo dei NFT. L’avversario, peraltro, è stato Justin Sun, a sua volta magnate dei bitcoin.

Di cosa stiamo parlando, allora? Tre ipotesi: dell’ennesimo giochino a circuito chiuso, che farà impazzire i collezionisti più avventati. Di un’operazione pubblicitaria, che ha l’obiettivo di aprire sulle potenzialità future della criptovaluta. Di una nuova era del mercato dell’arte – e quindi della sua storia sperimentale: in tal caso, per chi?

Sara Maietta
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Sara Maietta
Una vita ascrivibile all'ABCD: aspirante curatrice, bookalcoholic, catalizzatore di dissenso e dadaista senza speranze.