ipersensibile
Cronache di un BL

Una vita a fior di pelle: confessioni di un’ipersensibile

Tempo di lettura: 5 minuti

Ognuno, nella vita, si vede attaccare addosso una grande serie di etichette. Le mie, che ho iniziato a collezionare fin da piccola, sono tutte quante legate da una parolina che, come un fil rouge, attraversa da sempre la mia esistenza: troppo.

Troppo ingenua, troppo emotiva, troppo caritatevole, troppo permalosa, troppo gentile, troppo nervosa, troppo fissata, troppo esagerata, troppo polemica. Troppo sensibile.

Sono ipersensibile e ho dato un nome alla mia esperienza di vita in technicolor soltanto a ventiquattro anni suonati. Le High Sensitive People, in italiano PAS, Persone Altamente Sensibili, sono, per definizione, “caratterizzate da una maggiore sensibilità a stimoli interni ed esterni, e costituiscono il 15-20% della popolazione”. Ma come si spiega ad una persona esterna cosa significa davvero avere una “maggiore sensibilità”?

Me lo sono chiesta a lungo. Scavarsi dentro è difficile, soprattutto quando ogni emozione ti viene addosso come un treno in corsa. Soprattutto quando sei soltanto te stessa e ti senti dire “Non ti manca niente, ingigantisci tutto” “Sei troppo trasparente, come i bambini. Non ti sembra di essere un po’esagerata?”“L’ansia vera tu non la conosci.”“Dovresti cercare di indurirti”“Prova ad essere più leggera”“C’è chi sta peggio di te e non fa tutte queste storie”. E la peggiore di tutte, “Perché sei così?”. Me l’hanno ripetuto così tante volte che ho iniziato a chiedermelo anche io. Perché sono così? 

Crescendo in un piccolo paesino di provincia (il peggior ecosistema del mondo se si vuol vivere senza essere giudicati), quindi, sono diventata una sorta di album Panini delle stranezze: le avevo tutte. Una sfigata rara, edizione limitata. Fortunatamente, però, non sono mai stata una persona arrendevole o inibita dal rifiuto e non ho mai dato troppa udienza a chi mi diceva di censurarmi. Dopo anni, ho trovato l’immagine per spiegare agli altri come mi sento: provate ad immaginare di vivere con uno strato di pelle in meno. Questo è quello che sentono gli ipersensibili. Vivere così vuol dire essere immersi in un mondo vivido, intenso, dove tutte le emozioni sono amplificate, acute, costantemente a fior di pelle.

Il “troppo esagerata” me lo sono guadagnata essendo me stessa, perché è così che sei additata quando vivi la tristezza come profondo dolore e la gioia come autentico, pieno, puro entusiasmo. Vivere da persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, e quindi dover imparare a gestire, ogni secondo, il sovraccarico (spoiler: non è facile). Ho sperimentato sulla mia pelle la particolare propensione delle persone ipersensibili all’osservazione profonda e a vivere le emozioni altrui come se fossero le proprie: questo perché quando ci sono tensioni e possibili conflitti nell’aria, io lo avverto quasi a livello fisico, pur non essendo coinvolta direttamente. Lasciandomi inutilmente coinvolgere dallo stato d’animo altrui, ça va sans dire, ho accettato sommessamente di far entrare nella mia vita l’ansia, spesso così forte da non farmi dormire.

“When one weeps, the other tastes salt” (quando uno piange, l’altro sente il sale). Questa frase di Khalil Gibran spiega perfettamente cosa voglia dire essere ipersensibile, ovvero essere in osmosi permanente con tutto ciò che ci circonda. Questo costante contatto emotivo fa sì che mi riesca più facile lottare per gli altri, piuttosto che per i miei stessi interessi. Reagisco alle ingiustizie sociali come se ne fossi direttamente coinvolta, reinventandomi protettrice degli oppressi armata di una fortissima vena polemica. Per questa mia particolarità, ovviamente, gli epiteti si sprecano: avvocato delle cause perse in primis, ma anche Madre Teresa di Calcutta e, soprattutto in amore, crocerossina. Per fortuna, l’empatia ha anche molti risvolti positivi: a volte significa sentirsi dire che siamo ottimi confidenti, che le persone si sentono libere di parlare di sé, che tendiamo per natura ad essere attenti agli altri, che tiriamo fuori il meglio nelle situazioni profonde.

Avendo un’estrema difficoltà a gestire il sovraccarico di emozioni, per me sfogarmi è un bisogno impellente. Ed eccoci arrivati al punto più ingombrante. Sì, perché il grande elefante nella stanza quando si parla di ipersensibilità è costituito dall’emotività: in soldoni, piango molto. Tanto. È la mia valvola di sfogo, è più forte di me. Piango quando sto male ma soprattutto quando sono felice, mi commuovo spessissimo e non riesco a trattenermi in alcuna maniera.

Le lacrime, però, fanno paura: se piangi metti a disagio la gente, perché per i più il pianto è una cosa intima. Inoltre, se a piangere è una persona estroversa come me, agli occhi del mondo sta facendo la vittima, sta spettacolarizzando un fatto privato come le lacrime. Non è contemplabile il “vivi e lascia vivere”. Non è contemplabile che una persona possa essere semplicemente sé stessa piangendo, ma soprattutto non è accettabile: si accettano la superbia, il cinismo e l’arroganza, ma la sensibilità è presa in giro.

Quello che sto cercando di sottolineare è che essere ipersensibile nella società contemporanea implica il portare con sé il cartellino di fragile, perdente nella vita: potrei scriverci un libro, su tutte le situazioni nelle quali sono stata derisa e redarguita. Mi ricordo ancora quando un’amica mi ha detto “se continui ad essere così sensibile avrai problemi, nessun ragazzo ti vorrà a fianco”, e ancora “le persone troppo emotive non sono divertenti”. Me le ricordo tutte queste frasi, sono sulla mia pelle troppo sottile e bruciano ancora se le tocco, perché mi urlano che a tutti è dato essere sé stessi, ma a me no.

In una società che premia l’essere competitivi, spudorati e sicuri di sé al limite dell’arroganza, gli ipersensibili cadono facilmente nella trappola di sentirsi inadeguati, e fanno uno sforzo sovraumano per assecondare gli altri e adattarsi alle loro aspettative. La sensibilità è considerata un difetto, un punto debole emozionale che è visto come un limite, non come il paio d’ali che invece è. Si è sempre pronti a svalutare gli idealisti e i sognatori, l’avete notato? Quando un ipersensibile tenta di nascondere la sua sensibilità per adattarsi al contesto, tutti noi perdiamo qualcosa. Non credete sarebbe più povera una società in cui sono assenti l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia?

Io non penso che gli ipersensibili siano persone migliori o peggiori delle altre. Sono semplicemente diversi, e credo sia importante proteggere e valorizzare la diversità, in ogni campo. Quel che è certo è che ho passato almeno quindici anni della mia vita a difendere la mia libertà di essere come sono. A proposito di questo, vorrei inoltre evidenziare che l’ipersensibilità non è una malattia, e non è neppure una scelta: è una caratteristica genetica. Ogni volta che dite ad un ipersensibile che è troppo sensibile e che piange sempre, è come se diceste ad una persona nera che è troppo scura. Potete ripeterlo all’infinito, ma vedrete sempre la stessa pelle nera. Provate a fare uno sforzo: quando starete per pronunciare una di queste frasi, mordetevi la lingua: probabilmente l’ipersensibile davanti a voi lo sta facendo per non dirvi che invece voi siete un po’stronzi.

Quello che mi preme di più comunicare, è che la mia ipersensibilità è la cosa di cui vado più fiera in assoluto. Certo, sono ansiosa e caricarmi sulla mia schiena i problemi altrui senza che nessuno me l’abbia chiesto mi stanca molto, ma la mia sensibilità è la cosa più bella che ho, perché mi rende più visibili sia le cose belle che le ingiustizie e perché mi fa credere di poter rendere, in minima parte, il mondo migliore di quello che è.

Ai miei colleghi ipersensibili dico: prendete coraggio e non vergognatevi di essere ciò che siete. Basta tentare di indurirsi. Basta nascondere la bellezza di ciò che siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi da considerare sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui l’arroganza, la superbia e l’avidità sono la norma.

Io, dalla mia parte, continuerò a non dormire la notte per una frecciatina di una collega così come continuerò a scoppiare piangere al “Se tu fossi nei miei occhi per un giorno…” di Nuovo Cinema Paradiso. Ogni volta come fosse la prima.

Serena Zoe Lombardi
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Serena Zoe Lombardi
Nata nel 1995, curiosa e sognatrice, capisce di voler insegnare vivendo una grande e sofferta storia d’amore con il latino e greco. Laureata in Lettere Antiche tra passione e lacrime, mentre insegue il suo sogno legge, canta, si commuove (spessissimo) e chiacchiera con chiunque le si pari davanti.