intervista a Salvatore Minieri
Interviste

Da Terra Dei Fuochi alle “acque dei fuochi”, intervista a Salvatore Minieri

Tempo di lettura: 7 minuti

«Mi puoi chiedere anche quando ho cambiato le mutande l’ultima volta, se vuoi scriverlo. Non farti alcun tipo di problema. Più le domande sono spinose, difficili, più ritengo che un’intervista sia seria. È come un atto sessuale, non si può nascondere niente. Quello che è, è. Non puoi prima dire una cosa e poi chiedere “però no, questo non metterlo”».

Potrebbe bastare questa battuta – in uno dei primi audio scambiati su Whatsapp – per farsi un’idea della professionalità di Salvatore Minieri come giornalista, oltre che della caratura morale dell’uomo.

«Io sono un operaio del giornalismo, non sono una star», dice di sé Salvatore, che al giornalismo ha dedicato praticamente tutta la sua vita. Non senza prendersi dei rischi, «perché noi facciamo i giornalisti per portare a galla ciò che gli altri non hanno mai detto o che non hanno mai avuto il coraggio di scandagliare». È grazie a un suo reportage del 2015 che è stata scoperta a Calvi Risorta, in provincia di Caserta, quella che da Sergio Costa è stata definita “la discarica di rifiuti più grande d’Europa”. 

Tuttavia dire la verità, anche in un Paese che si dice civilizzato come l’Italia, costa. Salvatore Minieri ha ricevuto diverse minacce dai clan della zona del casertano. Nel 2008 qualcuno ha addirittura sparato dei colpi di fucile contro il cancello della sua abitazione.

È con grande piacere ed emozione che raccogliamo le sue parole su Borderlain.it.

Se ci basiamo sulla classificazione della categoria che nel film “Fortapàsc” si fa tra “giornalisti impiegati” e “giornalisti giornalisti”, tu per me rientri sicuramente nella seconda categoria. Una delle cose che rende e”giornalisti giornalisti” è l’inchiesta. Com’è stato il tuo primo approccio con questa forma di giornalismo? Qual è la miccia che spinge un giornalista – una persona – a ricercare delle verità che potrebbero talvolta rivelarsi pericolose per la propria incolumità?

«Il primo approccio con l’inchiesta credo sia umano, più che professionale. Credo che determinati argomenti che ci interessano – e poi spesso ci accompagnano nel corso dell’intera carriera – non li scelga né un direttore, né un editore. Sono “scelti” dalla nostra sensibilità. Il luogo in cui vivo, la provincia di Caserta, è soprattutto pieno di problemi ambientali e di commistione tra camorra e politica. Sono sempre stato attratto, dal punto di vista giornalistico , da questo tipo di settore. Il mio primo approccio è stato proprio questo, ovvero una domanda che ho fatto a me stesso: “che cosa mi interessa scoprire, sapere e far sapere?”.
Ci tengo a sottolineare che noi non facciamo i giornalisti per apparire. In Italia soffriamo ancora di un certo “savianismo“, con tutto il rispetto per Roberto che è un amico. Di Roberto Saviano ce n’è uno solo. Voler essere a tutti i costi come lui è la cosa più stupida del mondo.
Forse la mia sensibilità è nata quando da ragazzino, a Formia, vedevo crescere delle strutture nelle mani del primo gruppo del Clan dei Casalesi, i Bardellino.
La prima molla per fare inchiesta è quella di voler iniziare a seminare il germe della consapevolezza. Se un giornalista non è disposto a rischiare la pelle per raccontare le verità nascoste, semplicemente non è un vero giornalista».

Ce la racconti, la tua prima inchiesta?

«Probabilmente la primissima è stata quando, ai tempi il “problema rifiuti” non era ancora strutturato, cominciai a interessarmi al fatto che molti impianti e industrie nocive sorgessero nei pressi di campi, dove venivano sistematicamente rinvenute delle prime discariche. Poi si è scoperto, anni dopo, che queste discariche nascevano proprio per fare da luogo di sversamento a queste industrie. Da lì ne ho fatto una sorta di mappatura territoriale ed è venuto fuori il caso della mega discarica abusiva dell’ex Pozzi. Anche i giornalisti “quelli bravi” come Saviano, come Marco Travaglio, dicono che sia stato io a scoprirla. Ma non voglio prendermi i meriti, dico solo che l’ho trovata perché ho usato un approccio umano, interiore e sentimentale. Quella miccia di cui parlavamo».

Lo scandalo dei rifiuti è confluito negli anni in ciò che oggi conosciamo come “Terra Dei Fuochi”. Dagli sversamenti fino ad arrivare ai roghi tossici, dunque. Come si evolve oggi questo problema?

«Non mi preoccuperei tanto in questo momento della “Terra Dei Fuochi“, perché ci sono dei controlli maggiori ed è cresciuta anche di più la sensibilità collettiva. Inizierei a preoccuparmi di ciò che io chiamo “acque dei fuochi“. Abbiamo un grande problema di inquinamento delle acque, di tutti i tipi di corsi idrici. Nel casertano siamo una delle zone più ricche di acque potabili, che poi vengono imbottigliate da alcuni tra i marchi più famosi in Italia. Purtroppo alcune di queste vene d’acqua stanno iniziando a dare segnali di parziale inquinamento ed è un problema gravissimo se si pensa che poi possano arrivare così come sono nelle nostre case. Abbiamo gli scarichi nei fiumi. Il Volturno era uno dei fiumi grandi e belli d’Italia, oggi è la più grande cloaca chimica a cielo aperto. Solo dieci giorni fa alla sua foce c’è stato uno sversamento di tonnellate e tonnellate di feci, non si riesce a capire di quale origine. Durante il lockdown il Volturno sembrava il mare dei Caraibi, dal 5 maggio ha cominciato a vomitare la schifezza più putrida. Le aziende hanno subito ricominciato a sversare rifiuti. Per non parlare dei mari. Oggi abbiamo questo nuovo problema di cui, stanne certo, nessuno parlerà. L’inchiesta vera qui non la fa nessuno e tra un paio d’anni il problema delle “acque dei fuochi” esploderà in tutta la sua drammaticità».

In questi mesi il coronavirus ha tolto visibilità a questi temi?

«Qui se ne parla poco non per il coronavirus, ma perché i colleghi non sanno cosa dire. Quando c’è un rogo siamo sempre gli stessi, massimo in dieci, su migliaia di giornalisti. Per questa fetta di territorio che mi riguarda, pare che il giornalismo non si intenda come una cosa da fare per strada, ma davanti a un computer, malpagati da qualche cialtrone che dà anche l’indirizzo editoriale. Per la maggior parte dei banner pubblicitari che trovi su alcuni siti, spesso sono collegabili ad aziende delle quali non conosciamo la tracciabilità del rifiuto che producono. E allora chiediamoci: “Come fa un giornale a parlare dei roghi tossici se ha tra i propri sponsor chi probabilmente sversa in quelle zone?“».

Ci hai parlato di “savianismo”. Negli ultimi giorni l’Odg Campania ha istituito l’Osservatorio etico. Si è parlato negli ultimi anni di scorta ai giornalisti come “status” e ci sono alcuni politici che, sul togliere la scorta ai giornalisti, ci hanno fatto campagna elettorale.

«È un argomento molto spinoso, anche alla luce dei fatti degli ultimi giorni. Rifletterei forse sul motivo: perché un giornalista ha bisogno di farsi mettere la scorta soprattutto nelle province di Napoli e Caserta? Significa non solo che le mafie sono molto più invasive e hanno nel mirino proprio chi racconta, ma anche che lo stesso pubblico non aiuta, non fa da scorta civile. Anzi, molto spesso si tende ad andare contro al giornalista in quanto “colui che rompe questi finti equilibri” che in realtà non sono altro che torpore imposto dalle mafie. Sul fatto dei politici che fanno campagne elettorali basate su questo, questi cialtroni, non ho nulla da dire. Penso che molta politica, soprattutto quella meridionale, regionale, dovrebbe vergognarsi per i prossimi cinquant’anni, invece vedo sempre gli stessi candidati, che purtroppo l’elettorato continua a votare. Se votiamo questi personaggi, è normale che poi i giornalisti abbiano bisogno della scorta. 
Siamo rimasti l’unico Paese in cui la politica ha ingerenze sul giornalismo. Perciò la nostra libertà di stampa arretra sempre più ai livelli del Burkina Faso. Una questione importantissima, a tal riguardo, è che si dovrebbe cominciare a pensare a una legge sulle querele temerarie che vengono fatte a noi giornalisti».

Novembre 2018, incontro del premier Conte con Minieri, Ruotolo e Trocchia sul ruolo della stampa
Durante l’incontro col premier Giuseppe Conte del 2018 si è sollevato il problema del giornalista che dovrebbe avere una libertà di scrivere intesa anche come “economica” e “morale”. Fino a che punto è “libero” un giornalista in Italia? Come dovrebbe muoversi un giovane aspirante in mezzo a tutto questo?

«Qui il sistema è brutto perché non ti viene riconosciuto niente. Non ti riconoscono soldi, né la professione, né le basi contributive per la pensione. Fanno finta di non vederti. Poi, però, se scrivi qualcosa di vero su di loro, allora ti vedono e ti querelano. Perché prima non esistiamo, ma poi per essere querelati sì?  Non mi è ancora chiaro. Per questo ci vorrebbe una legge. Ai giovani consiglio di iniziare non guardando mai in direzione di una segreteria politica!»,

Lo scorso anno hai pubblicato “Venga il tuo regno”, dove ci parli letteralmente della “mutazione umana ai tempi dei centri commerciali”. Appena terminato il lockdown, molte persone si sono fiondate subito in questi grandi centri confermando il tuo pensiero della “vita commerciale” come unica vita possibile. Cambierà l’approccio al centro commerciale dopo il coronavirus?

«Su questo aspetto sono molto pessimista, non credo ci sia alcuna possibilità di cambiamento.  Ci sarà anzi un peggioramento delle abitudini di vita commerciale. La vita del 90% delle persone, cittadini soprattutto di quei luoghi culturalmente deprivati, è mossa soprattutto da bassi istinti commerciali ispirati dalla pubblicità. Non credo che il coronavirus ci abbia cambiato. La dimostrazione è che alla riapertura dei centri commerciali abbiamo avuto subito il tutto esaurito. Al Centro Campania la gente addirittura ha sfidato i contagi, presentandosi con mascherine e guanti in una fila di oltre 200 metri. Nella provincia di Caserta chiudono almeno quattro librerie all’anno, ma apre un nuovo centro commerciale o una nuova galleria.
C’era un prete del mio paese (io sono ateo, ndr) si chiamava Don Giovanni che usava questa frase “Cicere sit iut e cicere sit turnat” (trad. “Ceci eravate prima e ceci siete adesso”). Cioè siamo sempre la stessa cosa.
Ma la colpa di tutto questo è soprattutto di quella fetta di agenzie culturali che non funzionano. Io credo che la cultura si possa fare anche in un modo “nazionalpopolare”, spiegando alle persone concetti difficili in maniera semplice. Questo purtroppo non lo si fa mai, men che meno la stampa (salvo qualche eccezione).  Siamo tutti responsabili.  Una notizia di cultura, sui giornali, la leggono cinque persone, l’inciucio politico in cinquecento. Questa desertificazione culturale porta ad atteggiamenti sociali molto complessi, dal bullismo ad altre forme di violenza. E tutto questo si ripercuote anche sull’educazione civica, ovvero su come trattiamo il nostro territorio.
Il coronavirus ci ha reso peggiori. Spenderemo i pochi soldi che ci sono rimasti in cose ancora più futili rispetto a prima. Ti assicuro che ieri, nei centri commerciali, c’era gente che ha cercato di usare i 600 euro ottenuti dal governo per comprare il nuovo IPhone».

Borderlain.it ringrazia Salvatore Minieri per la cortesia e la disponibilità dimostrate nel corso dell’intervista. 
Pietro Colacicco
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Pietro Colacicco
Responsabile Editoriale di Borderlain.it. Laureato in Scienze Politiche, Sociali e Internazionali e Giornalista pubblicista dal 2017. Scrive per non implodere. Conosce a memoria la tabellina del 9.