DonneXStrada
Interviste

Una diretta per tornare a casa: intervista alla co-fondatrice del progetto “DonneXStrada”

Tempo di lettura: 4 minuti

“Chiamami quando arrivi a casa.”
Quante volte abbiamo detto questa frase? Quante volte l’abbiamo ripetuta? Tante, troppe.
Una frase in cui si condensa una paura non immotivata. Le strade non sono sicure, non per le donne, non per quelle soggettività che sono quotidianamente discriminate. In strada siamo seguite, molestate e in pericolo. In strada possiamo anche morire.
Il problema è reale e da questa consapevolezza nasce in un giorno di primavera dell’anno scorso (sì, il 2021 ha fatto anche cose buone) il progetto “DonneXStrada” che ha come obiettivo il contrasto alla violenza di genere. Per comprendere meglio di cosa si tratti, noi di Borderlain abbiamo intervistato la co-fondatrice del progetto: la psicologa Giulia Valzecchi.

Partiamo dall’inizio: come è nata la vostra associazione e di cosa si occupa nel concreto?

Il nostro progetto nasce ad aprile 2021, da una call to action lanciata su Instagram  dalla nostra fondatrice Laura De Dilectis. A seguito infatti dell’ennesimo femminicidio, questa volta avvenuto a Londra, abbiamo pensato di creare qualcosa che potesse aiutare le donne e, in generale, tutte le persone. È nata così la nostra pagina Instagram ““DonnexStrada”. Il servizio principale, a cui abbiamo pensato fin dall’inizio, consiste nell’accompagnare le donne (ma in generale chiunque ne abbia bisogno) che tornano a casa da sole, passando per luoghi isolati o di sera, attraverso dirette su Instagram. Si chiamano “DirettexStrada”  :chi ne ha bisogno può scriverci direttamente in chat e noi facciamo partire immediatamente la diretta con la persona,  accompagnandola per tutto il tragitto fino a che non arriva a destinazione.  

Per questo tipo di servizio ci sono arrivate numerose richieste e ciò ci ha messo davanti al fatto che esiste un problema concreto. Le richieste erano talmente tante che abbiamo dovuto creare un profilo apposito per riuscire a rispondere a tutte.  

Oltre a ciò abbiamo anche creato un servizio di supporto psicologico a prezzi calmierati per chiunque ne avesse bisogno e concluso il primo ciclo di seminari formativi. Crediamo, infatti, molto nella formazione e nella prevenzione e per questo abbiamo creato tre diversi cicli: psicologico, linguistico e legale, proprio per fornire un quadro completo sia del problema, sia di come gestirlo. Stiamo inoltre lavorando a nuovi progetti tra cui la creazione del “Taxi sospeso”, per permettere ogni persona, che ne ha necessita, di prendere il taxi a prezzi molti bassi, e la nascita di “Punti viola”.  Quest’ultimi saranno dei luoghi (bar, farmacie ecc.) segnati con un bollino viola in cui chi è in difficoltà, sa che se si rivolge lì può avere un aiuto immediato.  

Siete quindi intervenute per provare a fornire una soluzione ad un’emergenza sempre più presente!

Sì, esatto! I numeri delle richieste esprimono pienamente l’esistenza di un problema  su cui bisognava intervenire perché per troppo tempo né il governo né la società l’hanno fatto. Per questo motivo noi speriamo un giorno di poter collaborare attivamente con le istituzioni e già stiamo tentando di avviare progetti all’interno delle scuole. Tutto ciò al fine di intervenire in modo quanto più efficace su un’emergenza che ad oggi è ancora troppo sottovalutata dalle istituzioni. 

È un’emergenza soprattutto in Italia oppure ovunque?

Credo che il problema sia in realtà presente su più ampia scala e non riguardi solo all’Italia, d’altra parte noi siamo nate come associazione, dopo un caso di femminicidio avvenuto a Londra. Il problema è a livello mondiale. Per quanto riguarda al nostro paese le cause sono da attribuire a un retaggio culturale di stampo patriarcale ancora presente e molto ben insito e radicato nella nostra società. Rispetto agli altri paesi europei inoltre l’Italia, secondo dati Istat, ha un tasso di occupazione femminile molto ridotto e non assicura la parità salariale garantita invece all’estero, creando un gap economico importante.  
Di base però il problema è mondiale e proprio per questo noi abbiamo creato una pagina Instagram internazionale, in inglese, che mira ad aiutare le persone di tutto il mondo. 

A dicembre dell’anno scorso lo stupro di una ragazza, avvenuto su un treno della tratta Varese-Milano, ha portato alcuni a proporre la creazione di carrozze dedicate solo alle donne. Questa proposta è stata accolta dalle critiche di quanti sostenevano che non bisogna ghettizzare le donne ma educare gli uomini.
Voi cosa ne pensate?

L’educazione è importante e bisogna intervenire, fin dalla prima infanzia, per creare una cultura del rispetto di ogni essere umano a oggi assente. Accanto a questo, che è un processo molto lungo, servono però anche interventi mirati come quelli da noi proposti, i quali, di fatto, si sono rivelati molto funzionale. Far partire una diretta, ad esempio, distoglie i potenziali aggressori dal far catcalling perché vedono la persona impegnata in una chiamata.  
Inoltre la speranza è sempre quella di attivare, con l’aiuto delle istituzioni, progetti sempre più concreti sul territorio come una mappatura delle aree della città in modo tale da sapere quali zone sono più sicure e quali meno.  

Come si può dare una mano alla vostra associazione e cosa, invece, si può fare, nel proprio piccolo per migliorare la situazione?

Per aiutarci, in quanto associazione nei nostri progetti, è possibile tramite il nostro sito fare una donazione. I soldi che così ricaviamo ci sono immensamente utili per portare avanti i nostri progetti dal momento che noi siamo tutte volontarie. Nel nostro piccolo, invece, penso che ognuno di noi debba puntare il dito contro sé stesso e cercare di capire se si sta facendo realmente qualcosa di concreto per tentare di rendere questo mondo più vivibile per tutti. Sempre più infatti, nella nostra società, manca il rispetto nei confronti del prossimo che invece dovrebbe essere nella base.

Dobbiamo inoltre investire e lavorare, come prima ho detto, sulla prevenzione e garantire, fin dalle scuole, un’educazione all’affettività e al consenso, al fine di insegnare il rispetto e contrastare una violenza sempre più dilagante. È questa quindi la direzione da prendere e non solo per le donne ma anche per tutte quelle soggettività quotidianamente discriminate perché i problemi di discriminazioni, ghettizzazione e mancanza di diritti (tutti dovuti all’ignoranza) siano definitivamente superati.  

Intervista a cura di:
Miriam Ballerini
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