Tito Borsa
Interviste

Nessuna Vergogna. La verità dei corpi in mostra: intervista a Tito Borsa

Tempo di lettura: 10 minuti

In una società che demonizza e censura in continuazione il corpo nudo, soprattutto femminile, spogliarsi di propria volontà diventa un atto rivoluzionario.

Le fotografie di Tito Borsa raccontano una storia e, attraverso la nudità vogliono colpire, disturbare, scomodare chi guarda e allo stesso tempo rendere libera la persona che posa e chi scatta. Il suo progetto Nessuna Vergogna, in uscita il 20 Settembre, vuole rappresentare la normalità dei corpi e comunicare che nella nudità non c’è nulla di cui vergognarsi.

Tito Borsa è un giornalista praticante, scrittore e nel tempo libero anche fotografo. Dal 2014 al 2017 ha diretto La Voce che Stecca, fondato da lui, e ha collaborato con il Corriere del Veneto e con il Borghese. Ha pubblicato per Cleup il saggio storico Un silenzio italiano e per Youcanprint il libro-inchiesta L’Affaire Somalia, il romanzo Come Dedalo e Icaro e il saggio di fotografia Nudità. Ha anche tradotto Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa.

Ciao Tito, innanzitutto ti ringrazio per aver accettato di fare questa intervista. Il 20 Settembre uscirà il tuo nuovo progetto dal nome Nessuna Vergogna. Ce ne puoi parlare?

«Parto con una piccola premessa: io sto cercando attraverso il mio profilo Instagram di diffondere una cultura un po’ diversa del nudo e delle foto di nudo. E cioè una cultura che preveda che non vengano utilizzati programmi di foto-ritocco e quindi quello che si vede è esattamente la realtà.

Partendo da questo, ho deciso di dar vita a questo progetto per cercare di combattere l’idea secondo cui a posare, e ancora di più a posare nude, debbano essere per forza persone che abbiano un corpo conforme a quelli che vengono considerati gli standard di bellezza.

Quindi ho preso persone che puoi trovare quando vai per strada, quando vai al supermercato. Cioè persone che abbiano dei fisici con una storia, senza curarmi di quelli che possono essere i difetti che vengono considerati tali dalla società.

Per me questa è Body Positivity, qualunque sia il corpo, perché è un cercare di diffondere una cultura dell’accettazione di qualunque corpo esattamente così com’è. Anche con quelli che vengono considerati dei difetti.

Il nome Nessuna Vergogna deriva dal fatto che penso che queste persone si siano vergognate un po’ troppo e già abbastanza di quello che è il loro corpo, di quello che pensano gli altri del loro corpo. Quindi questo progetto vuole essere anche un’aperta sfida a quei canoni di bellezza che vengono considerati indiscutibili e che invece lo sono già di per sé, anche senza la Body Positivity, perché gli standard di bellezza di oggi non sono gli stessi di 50 anni fa.

Quindi l’idea è che uno standard di bellezza che consenta a qualcuno di posare nudo non deve esistere, perché l’importante non è quanto bella o quanto considerata bella è una persona, ma quello che riesce a comunicare.»

Dalle foto che ho potuto vedere mi è saltato subito all’occhio che sono praticamente tutti corpi femminili. Come mai pensi che siano più donne a rivolgersi a te e fare questo tipo di foto? Pensi che c’entri il fatto che gli standard di bellezza opprimano di più le donne?

«Guarda io non ti posso dare una risposta certa, neanche certa per me, perché questa è una domanda che mi sono posto anche io molte volte. La risposta parziale che posso darti è, secondo me, invece è il contrario di quello che dici tu.

Cioè, sì, sicuramente vedendo il tipo di fotografia che faccio le donne che vengono, generalmente, più stressate dal raggiungere questo obiettivo della bellezza, allora dicono “okay, vedo questo qua che fa delle foto in cui riesce a tirare fuori qualcosa da me anche se la società non mi considera così bella, così adatta a fare delle foto del genere, beh allora provo”.

Questo può essere un motivo, ma secondo me sull’assenza degli uomini pesa invece una cosa diversa e cioè che non sono robe da uomini secondo la società. Siamo tutti d’accordo che la donna deve essere bella, ecco, l’uomo socialmente non deve curarsi del suo aspetto, generalmente. Se te ne curi sei un po’ meno uomo, sei un po’ meno virile.

E quindi non c’è neanche, secondo me, la motivazione a fare delle foto di questo tipo. Se uno ha interiorizzato così tanto il fatto che se si occupa del suo aspetto fisico è un po’ meno uomo, beh perché dovrebbe sentire il bisogno di scattare con me?

E poi anche, secondo me, il fatto di posare nudi o vestiti, ma ancora di più nudi, è una cosa che non viene considerata molto virile, molto maschile. Farsi vedere nudo da un altro uomo. Questa è un’idea che io ho, però sinceramente non lo so.

Questo, secondo me, è uno di quei casi molto evidenti in cui il maschilismo danneggia anche gli uomini. Tante volte anche a loro insaputa, però si interiorizza un’idea di uomo che tu devi assolutamente rispettare o se no sei un po’ meno uomo.»

Prima hai accennato al fatto che non ritocchi le foto e sicuramente questa è una cosa innovativa, soprattutto in una società dove le foto vengono sempre sottoposte ad una fase di ritocco. Puoi spiegarci meglio?

«Per me non è mai stata una scelta. Io nasco e sono un giornalista, prima ancora che un fotografo e, in quanto giornalista, io devo raccontare la realtà. Nel momento in cui mi metto a fare delle foto racconto quello che vedo. E se vedo una persona che ha un certo tipo di fisico, io ho il dovere morale di raccontarlo, di mostrarlo esattamente com’è.

Le uniche modifiche che faccio riguardano il colore, l’esposizione, il contrasto, alcune volte per ragioni estetiche rimuovo lo sfondo, però non modifico la persona ritratta. Perché è ciò che sto cercando di raccontare. Mi hanno detto “ah, guarda che bravo, ti ribelli all’uso di” no, io non mi sto ribellando a niente. Io sto facendo l’unica cosa che per me ha senso fare, e cioè: io vedo una cosa, penso che sia interessante? La racconto, ma così com’è. Non adattandola agli standard imposti da qualcun altro.

Per me usare Photoshop sarebbe venire meno a ciò che penso. Sarebbe come scrivere un articolo raccontando una situazione e mitigarla. E non vedo perché per la fotografia debba essere diverso.

A me non me importa niente dell’estetica delle mie foto o di quanto siano belle, di quanto siano tecnicamente perfette, dell’obiettivo che ho usato. Il punto è il risultato. A me interessa raccontare qualcosa, mostrare qualcuno, che ovviamente se si mostra senza filtri inevitabilmente ti racconta anche qualcosa di sé.

Non è una scelta, è un obbligo etico, se vogliamo metterla così. Già il fotografo fa da filtro, perché ovviamente una fotografia è una parte della realtà, però si deve fermare là il filtro. Tu non puoi modificare secondo il tuo personalissimo gusto ciò che ritieni debba essere modificato. Non ha senso.»

A parte questo progetto, tu scatti abitualmente foto di nudo e riguardo a questo hai anche scritto un libro, Nudità. Spogliarsi come atto politico. Ci vuoi spiegare perché la nudità sarebbe per te un atto politico?

«Come atto politico se intendiamo come politico qualcosa che riguarda una collettività e non solo relativo alla politica come la intendiamo comunemente. E quindi il nudo è un atto politico perché è un qualcosa che disturba, generalmente. E io sono molto molto felice di disturbare qualcuno. Un corpo nudo colpisce, in una società nudofobica in cui il nudo è legato solamente alla sfera del sesso che deve rimanere assolutamente privata, secondo questo comune sentire.

Un corpo nudo è un atto di libertà da parte di chi posa e da parte di chi scatta. L’idea di rendere pubblico il proprio corpo è qualcosa che va contro una cultura secolare che lo vede come una sfera privata, in particolare la sfera sessuale. Tu devi essere nudo solo quando fai sesso.

Questa è una cosa che se qualcuno la pensa affari suoi, però se qualcuno invece vive il proprio corpo nudo come qualcosa di diverso è giusto che abbia il diritto di fare ciò che vuole senza sentirsi una persona meno persona degli altri.

Io non ho mai messo una mia foto di nudo sui social e non fa per me farlo, però ho visto che molte delle ragazze che hanno posato per me, e soprattutto quelle che non fanno le modelle di lavoro, quando mettevano le foto sui social si prendevano una valanga di insulti, di approcci molesti.

Una persona che decide di mostrare il proprio corpo nudo viene inevitabilmente reificata, diventa un oggetto e questo per me è, oltre che stupido, anche deleterio.

Per questo motivo è un atto politico, perché le persone che decidono di farlo, che hanno anche il coraggio di farlo, perché non è semplicissimo né a livello personale né a livello sociale, fanno un atto politico, un atto rivoluzionario che fa bene anche a tutte coloro che non decideranno mai di mostrarsi nude in giro, perché permettono a tutti di scegliere. Che è la cosa fondamentale.

Io non penso che posare nudi sia un obbligo, sia una cosa che va bene per chiunque, però io penso che chiunque debba avere il diritto di scegliere. E chi sceglie di farlo non deve sentirsi meno persona degli altri

Questo poi è anche un controsenso: ci si scandalizza per delle foto di nudo messe sui social di propria volontà quando in televisione si è bombardati comunque dalla nudità. Dove sta la differenza? Nella volontà?

«E magari anche non per guadagnarci dei soldi. Ti faccio un esempio che faccio anche nel libro. 4 anni fa dirigevo un blog, che avevo anche fondato, e avevo assoldato tra le nostre firme una ragazza che aveva avuto dei problemi serissimi di anoressia. E questa ragazza, anche a mo’ di terapia, ha posato nuda per dei fotografi e ha messo le foto di lei nuda, o comunque quasi nuda, su Instagram.

Quattro anni fa, intorno a metà agosto, io sono stato bombardato di messaggi in cui si insinuava che lei scrivesse per noi perché chissà cosa aveva fatto con me eccetera eccetera. Invece, nel suo caso, posare nuda aveva un che di terapeutico, era un po’ un riappropriarsi del proprio corpo dopo aver avuto un’avventura terribile con l’anoressia.

E a me sinceramente interessava il contributo che poteva dare al nostro progetto, quello che faceva sui social non era affare mio.

Non mi ero mai neanche posto il problema finché sono arrivati questi fenomeni a ricordamelo. E là io ho preso una posizione, non solo a nome mio ma a nome di tutta la redazione, a supporto e anche facendo un po’ da scudo a questa persona, perché erano polemiche assolutamente sterili che non avevano nessuna ragione di esistere, ma che potevano anche fare molto male.»

Infatti la differenza di trattamento tra nudità femminile e maschile la si vede anche con la censura dei social, è molto maschilista. Vedi, ad esempio, i capezzoli femminili che vengono subito censurati.

«Ma non sempre. È questo il controsenso ulteriore. Io sono andato a leggere le norme di Instagram e in alcuni casi il seno femminile è accettato, nel caso in cui una voglia mostrare le conseguenze di un’operazione al seno o mentre allatti va bene.

Questo mostra come il seno femminile, in particolare i capezzoli, vengano visti o come un oggetto del desiderio, e quindi una cosa da censurare, oppure sono non censurabili solo in situazioni tali in cui la sessualità viene inevitabilmente meno.

E questo è veramente aberrante. Ci sono stati casi in cui Facebook o Instagram hanno censurato delle opere d’arte di scultura, pittura. È una cosa che non funziona.»

Nel tuo libro Nudità. Spogliarsi come atto politico hai scritto che con le tue foto esprimi un linguaggio. Oltre ad essere un atto politico, per te personalmente cosa vuol dire scattare foto di nudo?

«Io penso che la fotografia sia come la scrittura. E cioè sia un linguaggio, quindi c’è una grammatica della fotografia, una sintassi della fotografia. Vanno studiati e imparati come la grammatica della lingua italiana se vuoi scrivere qualcosa. E comunque la fotografia deve raccontare qualcosa.

Tu puoi prendere una frase in lingua italiana corretta, bellissima ma che non dice niente. È alta letteratura quella? Secondo me no. Io non pretendo di fare alta letteratura o alta fotografia, però pretendo comunque di raccontare qualcosa seguendo delle regole. E quindi per me è sempre un linguaggio.

Se voglio raccontare la storia di qualcuno, uso il linguaggio della fotografia come potrei usare la scrittura e dall’altra, altre volte, soprattutto quando avevo delle modelle professioniste davanti, ho cercato di raccontare o me stesso o qualcos’altro.

Prendi per esempio come paragone un’intervista che fai per la strada, video, a un’attrice che recita. Nel primo caso sono le foto che ho fatto per il progetto. Ho preso delle persone che nel 99% dei casi non avevano mai posato in vita loro e le ho messe nude davanti un obiettivo. Con le modelle, generalmente, le “uso” per raccontare qualcos’altro, loro recitano. Ci sono questi due binari che vanno di pari passo nella mia fotografia.»

Come hai detto tu, infatti, il progetto Nessuna Vergogna è più incentrato sul raccontare le persone, la loro storia. Non vanno a interpretare una parte, ma sono proprio loro stesse.

«Certo, e il fatto di scattare con persone che non l’avevano mai fatto prima non mi fa correre il rischio che lo facciano neanche per sbaglio. Perché generalmente sono persone che non sanno recitare, se vogliamo metterla così.

E quindi io le metto in una situazione “traumatica”, perché è la prima volta che si trovano nude davanti una macchina fotografica sapendo che le loro foto le vedranno decine, centinaia di persone. E là io voglio vedere cosa viene fuori.

È un esperimento sociale, se vogliamo anche metterla da questo punto di vista. Sono anche stato molto stupito di aver trovato relativamente tante persone disposte a farlo. Non pensavo. Io mi aspettavo di avere due, tre foto, non quindici.»

Per concludere mi sembra doveroso chiederti come hai iniziato a scattare foto di nudo e perché proprio questo settore.

«Ho iniziato a fare fotografia in pratica con il nudo. Due anni e mezzo fa ho iniziato a fare la Scuola di Giornalismo a Roma in cui c’è stata data una macchina fotografica decente in dotazione. C’era un corso di fotografia, un altro corso di storia della fotografia e, appena iniziato, il consiglio che ci ha dato l’allora direttore della Scuola, Roberto Cotroneo, era “scattate più che potete”. Io ho iniziato a scattare paesaggi.

A me interessano le persone, a me interessa la storia di una persona. E quindi ho iniziato a cercare delle persone che lo facevano anche di lavoro e ho visto anche la questione del nudo e ho detto “beh, proviamo”.

A Gennaio del 2018 ho avuto il mio primo shooting di nudo con delle foto che mi vergogno a mostrare, perché erano veramente orripilanti e con una post produzione veramente folle. Piano piano sono riuscito, anche studiando. Ho trovato quali sono i miei modelli, il mio stile. Ho capito che cosa a me stimola della fotografia.

Certo, deve essere una foto esteticamente interessante o anche grammaticalmente corretta, però deve soprattutto raccontare qualcosa. La prima occasione che ho avuto di raccontare qualcosa di veramente forte è stato a fine estate 2018 che ho incontrato Asia, una ragazza con la fibrosi cistica e l’ho ritratta nuda. E al di là del risultato, è stata un’esperienza che mi ha dato tantissimo, a livello anche umano.

Come mi ha dato tantissimo incontrare queste persone per il progetto che non conoscevo, a cui aprivo casa mia e che si aprivano, condividevano con me certe paure. Le foto a quel punto passano in secondo piano. È anche l’esperienza umana che a me dà moltissimo.

Questa è un’altra cosa per cui amo fare foto di nudo, perché la persona che posa deve aprirsi, deve mettersi a suo agio, deve sentirsi a suo agio e questo fa avere uno scambio di idee, emozioni molto molto forte. Ed è una cosa di cui io ormai penso di essere diventato dipendente. E ne sono anche molto contento.»

Intervista a cura di:
Sara Najjar
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Sara Najjar
Nata nel 1996 a Bologna e cresciuta nell'hinterland modenese, è ritornata nella sua città natale da pendolare dove ha studiato prima Educatore sociale e culturale e poi Pedagogia. Si circonda di gatti fin da quando è piccola e, tra le tante cose, si ciba di musica (principalmente indie), serie tv, libri e scrittura.