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La scrittura come rinascita: intervista alla scrittrice Nunzia Caricchio

Si può combattere il dolore? A volte ci  sembra di no. Ci  sembra una battaglia impari: muto il dolore  entra dentro e ci  consuma.

Ma forse non è sempre così. Forse  a volte è possibile ritrovare quel filo di speranza a cui aggrapparci senza più lasciarlo andare. È la storia di molti ed è anche la storia di Nunzia.

Scrittrice napoletana, classe 1991, ha pubblicato il suo primo libro “L’ammazzafavole” nel 2019. Libro che le è valso numerosi riconoscimenti.

Abbiamo allora deciso di intervistarla. E questo è ciò che ci  ha detto.

Ciao Nunzia, grazie per aver accettato questa intervista, come ti racconti a chi non sa nulla di te?

“Sono una ragazza abbastanza riservata. Il più delle volte lascio che siano le azioni a parlare al posto mio. Ma, a chi non sa nulla di me, mi racconterei come una sopravvissuta. Sono diventata donna quando il tempo delle bambole non era ancora finito e ho dovuto lottare, arrancare e fallire.

Andavo a scuola e lavoravo; mi occupavo di un fratello piccolo e studiavo di notte. Mi sono diplomata in beni culturali, ma non ho potuto proseguire gli studi. Così ho continuato a lavorare coltivando sempre la mia passione per la scrittura . Finalmente nel giugno 2019 ho visto la pubblicazione del mio primo romanzo che mi ha dato molte soddisfazioni.

Mi prendo cura  inoltre di un’associazione culturale che si chiama “Non me ne vado”  assieme al mio migliore amico, Ferdinando Sorrentino,che ne  è il fondatore. Organizziamo molti eventi d’arte e cerchiamo di diffonderla il più possibile. Cerco di dare il meglio di me in tutto quello che faccio, e sono seria e professionale nel mio lavoro.

Per arrivare fin qui ho combattuto nel vero senso della parola. Ma ciò che sono oggi lo devo a ciò che sono stata ieri”.

Come è arrivata la scrittura nella tua vita, e che significato ha avuto ?

“La scrittura è arrivata nella mia vita quando avevo nove anni. Il mio fratellino faceva i capricci e non riuscivo a calmarlo. Finché non notai il modellino di un battello posto sulla parete.

Non so cosa accadde, ma so che, nel guardarlo, la mia mente elaborò una storia per mio fratello, che dopo qualche minuto smise di piangere e restò in silenzio ad ascoltarmi.

Quella sera, presi un quaderno, una penna e ci riportai  la storia. Da quel giorno ho riempito quaderni su quaderni e consumato una miriade di penne. Questo, però, è stato solo l’incipit, perché la scrittura è entrata sul serio nella mia vita, quando ho imparato a conoscere il dolore.

Avido, ti si aggrappa alla pelle, scorticandola e ti penetra dentro.
Non sapevo come fare per rimarginare le ferite. E, allora, ho iniziato a scrivere. La penna era l’ago; le parole il cotone.
Anno dopo anno, alcune si sono marginate; altre sono rimaste crepe nella carne.
Oggi, la mia pelle brucia ancora di cicatrici. Domani, ne nasceranno nuove. Ma non mi importa. Grazie alla scrittura ho imparato a conviverci. Io scrivo per rinascere, questo è  il significato ha avuto e che ha tutt’ora”.

Il tuo libro”L’ammazzafavole” racconta una storia di violenze e abusi: come mai hai scelto proprio questo tema?

“Il tema del romanzo non l’ho scelto io. Questo perché l’idea della storia nasce all’interno del corso di scrittura creativa che ho frequentato.

Tuttavia, ti dirò che, nonostante questo, io scrivo comunque di temi difficili, dal carattere sociale, a sfondo psicologico. Li sento più miei.  E questo non solo perché ho vissuto anche io un’esperienza simile, ma perché mi piace poter osare nella scrittura,  andare nel senso opposto agli altri. Sono infatti in pochi ad avere l’audacia di scrivere senza troppi veli di abusi e violenze. E  seppur mi dovesse andar male, io ci ho provato.

Magari, in futuro, le cose cambieranno, ma al momento voglio provare questa strada”.

Quanto della tua esperienza di vita possiamo ritrovare nel libro?

“Quanto basta per lasciare che al lettore arrivi ciò che desideravo arrivasse. Quando scrivo, mi pongo un obiettivo: mi chiedo sempre cosa voglio che il lettore sappia, o provi. Chi scrive sa benissimo che in ogni storia c’è sempre qualcosa di vero, con la differenza che viene alterato di qualche millimetro.”

Nel tuo percorso nel mondo della scrittura pensi di aver trovato ostacoli in più in quanto donna?

“Essere donna è difficile.

Viviamo, nonostante il progresso, ancora  in una società patriarcale: dove sono nata io la figura femminile viene vista solo come moglie e madre, senza altre prospettive.

Io ci ho provato. Ho tentato di conformarmi alle mie origini sociali ma mi sentivo soffocare. Così ho lasciato uscire ciò che sentivo dentro. Sapevo che avrei dovuto lottare il doppio, soprattutto perché la mentalità ristretta del mio ex marito, non accettava che io potessi far carriera. Non sono ancora una scrittrice affermata, ma so che non sono nata solo per stare in casa.

Per rispondere quindi  alla tua domanda, nel modo più semplice possibile:, ho riscontrato difficoltà in più. Ma ce l’ho fatta, e continuerò per la mia strada. Porto avanti uno slogan: siamo donne. Siamo nostre. Non oggetti da possedere.  Nessun uomo deve permettersi di dirci chi siamo, o di farci  essere chi non siamo e questo vorrei che lo capissero tutte le donne

Ho realizzato metà del mio sogno, e nonostante continui a lottare per la mia indipendenza, sono felice di poter dire che io sono mia”.

Leggendo la tua presentazione mi ha colpito il tuo consiglio per chi vuole iniziare a scrivere: Fatevi falsi amici e veri nemici. Seguite il vostro istinto, sempre. Me la puoi spiegare?

“Fatevi falsi amici e veri nemici. Seguite il vostro istinto, sempre. Credo che questo sia un consiglio che vale per la vita in generale, non solo per il mondo della scrittura.

Il fatto è che quando si inizia a realizzare un sogno le persone intorno a te si spaventano e pian piano iniziano a covare invidia ed egoismo, arrivando a remarti contro. Questi sono i falsi amici, e ti servono perché grazie a loro capisci  chi realmente ti vuole bene. I veri nemici invece sono quelli  che ti sfidano, spingendoti a dare  il meglio di te. In tutto questo l’importante è sempre affidarsi al proprio istinto con la costanza e la perseveranza necessarie per la scrittura come per la vita”.

Intervista a cura di:

Miriam Ballerini

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