Società

“È stato un malore”: storia di Federico Aldrovandi e degli altri

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Era la notte del 25 settembre di sedici anni fa. Federico Aldrovandi, di soli 18 anni, stava tornando a casa quando una volante della polizia municipale si accostò al marciapiede. Secondo la ricostruzione dei fatti la polizia si trovava lì perché chiamata dagli abitanti del quartiere a causa di un ragazzo in apparente stato di agitazione. Erano lì, in teoria, per un semplice controllo ma la situazione in breve tempo degenerò fino a lasciare privo di vita Federico sul marciapiede.

“È stato un malore”. Così dissero ai genitori quando giunsero all’obitorio dove li attendeva il corpo di Federico. Ma come si poteva credere al malore? Su quel corpo le cinquantaquattro lesioni ed ecchimosi raccontavano una storia ben diversa. Una violenza che come un cancro era già in metastasi. La diagnosi però tardò ad arrivare. Ci vollero anni per riconoscere la responsabilità degli agenti che in un “eccesso di violenza” avevano provocato la morte di Federico Aldrovandi. Una battaglia legale portata avanti dai suoi genitori contro una violenza istituzionalizzata che troppo spesso lo stato non vuole riconoscere. Il caso Aldrovandi infatti non è un “caso isolato” ma, come lui, anche altri si sono trovati nelle mani di una “giustizia” che giustizia non è e che li ha portati alla morte.

Tra i tanti Stefano Cucchi è il più noto ma esistono molte altre storie spesso dimenticate o nascoste per la vergogna di uno stato che ammazza i suoi figli. Per questo oggi noi di BorderLain abbiamo deciso di raccontarne due tra le molte.  Perché “È stato morto un ragazzo” è purtroppo non è il solo. 

Riccardo Rasman

 Riccardo Rasman aveva trentaquattro anni e nella sua vita la violenza l’aveva già sperimentata. Durante gli anni di militare era stato vittima di episodi di nonnismo così violenti da portarlo a soffrire di schizofrenia paranoide. La sua sindrome lo rendeva di fatto un disabile psichico e non un pericolo criminale, ma questo non importò a nessuno nel corso di quella sera.

Era il ventisette ottobre del 2006 (un anno dopo il caso di Aldrovandi) e Rasman, in stato di euforia, gettò due petardi dal balcone all’interno della corte dello stabile in cui viveva. Il rumore provocato dai botti spinse gli inquilini a chiamare la polizia che venti minuti dopo fecero irruzione, assieme ai vigili del fuoco, nell’appartamento. Rasman, che intanto si era già messo a letto, fu immobilizzato e, ormai inerme, subì le botte degli agenti che intanto gli salirono ripetutamente sulla schiena fino a provocarne la morte per asfissia.

Moriva così Riccardo Rasman.

I suoi assassini erano perfettamente a conoscenza del suo disagio mentale ma poco gli importò. Così come poco gli importava dello stato di tranquillità in cui Riccardo si trovava o del biglietto che per precauzione aveva lasciato in cucina in cui scrisse: “Per favore per cortesia vi prego non fatemi del male, non ho fatto niente di male”. 

La violenza fu cieca e chiuse per ultima volta anche gli occhi di Rasman. 

 Aldo Bianzino 

Ad ottobre muore anche Aldo Bianzino. Aveva quarantaquattro anni quando una mattina la polizia bussa alla porta del suo casale in campagna. Quel giorno il figlio Udra (che all’epoca aveva undici anni) non lo dimenticherà mai. La polizia trova una piccola coltivazione casalinga di cannabis e improvvisamente ad Udra viene portata via tutta la famiglia.

Sia la madre che il padre vengono arrestati e Udra si trova da solo con la nonna Sabina che all’epoca era ultra novantenne. Da quel momento le sorti di Aldo si perdono nel buio dell’omertà. Alla moglie che viene scarcerata la domenica di quella stessa settimana vengono chieste informazioni sullo stato di salute del marito. Nessuna spiegazione viene data per quella strana richiesta a cui segue risposta negativa. “Quando lo potrò vedere?” chiede la donna, “Dopo l’autopsia signora”. Così la moglie viene a conoscenza della morte di Aldo, da lì a poco tempo morirà anche lei.

Quelle domande poste dalla polizia, apparentemente innocue, erano il primo modo per costruirsi l’alibi perfetto. Aldo Bianzino era morto per un malore, le cause erano assolutamente naturali. Ma fin da subito le cose non tornano. Le prove ricavate mettono in evidenzia il mancato soccorso da parte della polizia nonostante le richieste da parte di Aldo. A ciò si aggiunge il risultato di una delle prime autopsie condotte che metterebbe in evidenzia l’uso di una particolare tecnica usata in ambito militare per ledere gli organi vitali senza lasciare segno. Tutto questo però non basta. 

La sentenza che arriva è una condanna per omissione di soccorso ma ancora oggi, ufficialmente, Aldo è morto per cause naturali. 
La sua morte è tutt’ora nascosta dal muro innalzato da una “giustizia” che è cieca perché ormai incapace di stare dalla parte della verità. Intanto, fuori dai tribunali, Udra chiede ancora giustizia per suo padre.  

Miriam Ballerini
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