Cose che avremmo potuto imparare dal lockdown
Editoriali

Cose che avremmo potuto imparare dal lockdown

Tempo di lettura: 5 minuti

Per due mesi e mezzo la vita frenetica alla quale eravamo abituati è stata messa in pausa. Il lockdown italiano è stato – mi si passi il termine – tra i più “crudeli” al mondo, con buona pace di chi, nelle prime settimane, parlava di “diritti costituzionali violati“. La verità è che, seppur con qualche errore, ha funzionato: i dati degli ultimi giorni ci dicono che la curva dei contagi ha subito un brusco rallentamento, ripristinando una situazione decisamente più accettabile per ospedali e terapie intensive.

Da qualche giorno conviviamo con la cosiddetta Fase 2. Per alcuni il “ritorno in società” procede molto lentamente, evitando ancora per un po’ mezzi pubblici e incontri con amici che non siano veramente stretti  (o congiunti, per dirla alla Dpcm), mentre per altri, che sono già tornati nelle piazze con mascherina sotto al mento, sigaretta in bocca e spritzino in mano, la quarantena sembra già un lontano ricordo.

Tuttavia sarebbe un errore madornale riabituarci alle ritrovate libertà senza trarre qualche insegnamento da ciò che è stato. L’essere umano possiede una capacità di adattamento a situazioni estreme davvero notevole. Un mese fa eravamo tutti qui a chiederci cosa ne sarebbe stato del mondo che conoscevamo e oggi, invece, siamo tornati a fare quasi tutto ciò che facevamo prima, solo con la “scocciatura” della mascherina.

La ripartenza non deve essere una scusa per gettare nel cassonetto dell’umido tutti quegli spunti di miglioramento, personale e comunitario, che ci ha messo davanti questo strano periodo della nostra storia.

Ma allora ci ha insegnato qualcosa il lockdown? A ben guardare, tantissimo. Noi ci limitiamo ad elencarne tre, a patto che i minuti che risparmierete da una lettura che avrebbe potuto essere più lunga non li impieghiate nell’ assembrarvi in allegria con decine di sconosciuti.

1) La lentezza non è un difetto

“C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo” (Milan Kundera)

Grazie alla quarantena, abbiamo avuto l’opportunità di vivere le giornate con ritmi più lenti. Anche quelli che non hanno mai smesso di lavorare, si sono ritrovati qualche buco nel corso delle 24h, in cui si saranno chiesti almeno una volta “E adesso che faccio?“.
Addirittura i maniaci della produttività hanno dovuto rassegnarsi all’evidenza che non tutto possa sempre essere sotto il nostro controllo. E che l’auto-miglioramento non vuol dire per forza correre senza sosta verso un obiettivo, ma anche e soprattutto prendersi un attimo per rifiatare, godendosi ciò che si ha.
Con le nostre agende 2020 completamente ridisegnate, abbiamo forse imparato che alcuni schemi mentali del tipo “A 19 anni la scelta dell’università, a 23 la laurea, a 25 il primo contratto di lavoro e a 30 il mutuo per la casa di proprietà” non sono altro che forzature che l’uomo moderno si è abituato ad imporsi.

Il tempo è la risorsa più importante che abbiamo. Quando ci rendiamo conto che questo ci viene succhiato oltre il necessario riempiendoci di ansia e di stress, chiediamoci se la strada che stiamo percorrendo sia davvero quella giusta per noi. Valutiamo le alternative senza fustigarci se una scelta si rivelerà sbagliata. Diventiamo più avari del nostro tempo.

2) Sostenibilità o si muore

Se c’è una cosa che mai come questa volta è stata sotto gli occhi di tutti, soprattutto di chi ci governa, è che il mondo a cui eravamo abituati non è sostenibile nel lungo periodo. Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilità sulle tematiche ambientali, ma siamo troppo lenti nel trovare soluzioni alternative e quelle che adottiamo sono troppo comode. Pensiamo davvero che semplicemente cercando di acquistare meno plastica nei supermercati, ad esempio, il mondo che ci circonda diventi istantaneamente meno inquinato?

La sostenibilità è un argomento che dovrebbe entrare nelle nostre vite a 360 gradi, non solo in alcuni piccoli cambiamenti del nostro modo di consumare (che sono comunque importanti). Nei giorni di lockdown ci è stato mostrato come sarebbe la vita nelle nostre città con strade meno trafficate, senza inquinamento acustico e con l’aria più pulita. Con le file ai supermercati e, in alcuni casi, con la carenza di alcuni prodotti, abbiamo avuto l’occasione di comprendere che non abbiamo per forza bisogno di avere a disposizione tutti i beni alimentari in qualsiasi momento. Perché dovremmo assolutamente avere bisogno dei pomodori in autunno e in inverno, comprando quelli importati da altri Paesi, se la natura ci regala decine di tipi di verdura che forse nemmeno abbiamo mai assaggiato?

Cose che avremmo potuto imparare dal lockdown

Alcuni di noi, coi centri commerciali chiusi, hanno avuto modo di tornare dal vecchio ortofrutta di paese ormai dimenticato, o ancora meglio dai piccoli agricoltori del territorio. Il premio è stato quello di scoprire una vita commerciale più locale e per certi versi più “giusta”.

Non mettiamoci di traverso al cambiamento, anzi accogliamo alcune buone proposte per migliorare davvero come può essere, ad esempio, quella di ridurre le emissioni spostandosi con bici o monopattini.

3) Non dobbiamo essere per forza delle “puttane sociali”

“La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare” (Jep Gambardella in “La Grande Bellezza”).

L’uomo è un animale sociale, ci dice Aristotele, e su questo non ci piove. I rapporti sociali fanno bene alla salute, non si fa per dire: alcuni studi dimostrano che l’integrazione sociale sia statisticamente correlata a una vita più lunga e sana.
Alzi la mano, però, chi non si è sentito almeno una volta alienato nel mezzo di un sabato sera da “movida“, tra aperitivi più o meno chic o nella pista da ballo di una discoteca.

Durante il lockdown, siamo stati tutti costretti a fare a meno di quelle abitudini che, da anni, ripetevamo tutti i weekend. Il gruppo di amici, conoscenti o colleghi di lavoro che ci passa a prendere, nel migliore dei casi una cena frugale insieme (nel peggiore nemmeno quello) e poi direzione locale adibito alla somministrazione di bevande alcoliche di tale quartiere della città dove si riversano centinaia di giovani.
Quante volte ci è capitato di trovarci seduti nello stesso bar (o sullo stesso muretto) a intrattenere conversazioni futili con persone che non danno alcun “valore aggiunto” alla nostra vita?

Nonostante in tanti hanno ritrovato questo tipo di circostanza nelle videochat che si sono susseguite a valanghe durante la quarantena, una cosa che avremmo potuto imparare è che rispondere “No, grazie, non mi va” all’ennesima proposta di Spritz in centro il venerdì sera non ci rende persone malvagie. Anzi, in un periodo nel quale il distanziamento sociale è un obbligo, potrebbe addirittura renderci degli eroi.

Perché  “distanziamento sociale“, per quanto possa sembrare una parola cattiva, non vuol dire soltanto mantenere le distanze (come pensano in tanti). È triste che, dopo l’emanazione del Dpcm di fine aprile, l’unica preoccupazione di gran parte della popolazione è stata quella di scoprire se il fidanzato, l’amico, Tizio o Caio rientrassero nella categoria dei “congiunti“. Durante la quarantena una delle cose che è pesata di più è la distanza dalle persone che amiamo, i cosiddetti “affetti stabili”, genitori, figli, parenti, amanti, amici che siano. Avremmo potuto sfruttare questa nuova fase per trascorrere più tempo con queste persone, o comunque con quelle poche che aggiungono valore alla nostra esistenza, piuttosto che riversarci nuovamente nelle piazze, in mezzo a sconosciuti.

Tutto questo non è assolutamente una condanna a un po’ di sano cazzeggio, che è giusto concedersi qualche volta. Per una generazione cresciuta tra i film di Vanzina e il rimorchio compulsivo fine a se stesso (in questo hanno aiutato i social network), sembra essere sempre più difficile dare il giusto valore alle relazioni. Il rischio è quello di sentirsi più soli in mezzo ai bagordi della movida piuttosto che a casa, mentre ci si dedica a quell’hobby che, durante i giorni lavorativi,  non si ha mai il tempo di riscoprire.

Pietro Colacicco
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Pietro Colacicco
Responsabile Editoriale di Borderlain.it. Giornalista pubblicista dal 2017 e studente di Scienze Politiche, Sociali e Internazionali. Scrive per non implodere. Conosce a memoria la tabellina del 9.