rivoluzione Internet
Cronache di un BL

Cresciuti con la rivoluzione Internet: memorie dalla generazione sul bordo

Tempo di lettura: 8 minuti

 


Sono nato negli anni ’90 e quelli della mia generazione sono gli ultimi ad avere ricordi nitidi del mondo prima che PC, Internet, e cellulari diventassero di massa.

Io  ricordo, ad esempio, i mesi prima del capodanno 2000, tutta l’attesa e la trepidazione per l’inizio del nuovo millennio. Si parlava già della moneta europea, usciva nelle sale “Star Wars – La minaccia fantasma” e in molti sostenevano che, con l’avvento del nuovo millennio, sarebbe finito il mondo.

E, in un certo senso, avevano pure ragione.

In verità il tutto non mi tangeva più di tanto e anche se iniziavo a prestare orecchio alle cose dei grandi queste non mi toccavano davvero da vicino. Soldi, monete, telefoni erano cose molto lontane.  Seduto sul sedile posteriore della mitica Renault 4 di mio nonno, mi gustavo la sorpresa del mio ovetto Kinder: una piccola bottiglia di champagne giocattolo, con un pulsante dietro che a premerlo saltava il tappo e veniva fuori la scritta “2000“.

 

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Il mondo prima

Vivevo in Puglia e, sarà banale, mi ricordo un’infanzia coloratissima e chiassosa. Io e mio cugino eravamo i più piccoli, strapazzati da tutti gli adulti che avevano noi e poco altro come passatempo. Gli zii ancora giovani ci portavano al mare, la casa dei nonni sempre affollatissima, l’estate si giocava nelle viuzze del paese. Per incontrare i miei amici correvo a casa loro chiedendomi se  avessero il permesso di uscire, passata la controra. A volte si fissavano le imposte per ore, in attesa di un qualche segno di vita che ci autorizzasse a disturbare la quiete domestica e a ritrovare un altro membro della banda.

Mi era consentito spostarmi per conto mio nel quartiere tra le basse case del paese, ma mia nonna mi sgridava se mi trovava ad armeggiare col telefono di casa, che era cosa da grandi. A me, in effetti, non serviva a molto, anche se ne ero attratto per curiosità. Il mio mondo iniziava e finiva in un quartiere di quattro stradine.

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A dire il vero, il telefono lo usavano poco tutti. Ce n’era uno solo in ogni casa e aveva un ruolo molto marginale. Si comunicava brevemente, in maniera essenziale, non si poteva intasare l’unica linea di comunicazione casalinga, o almeno così ricordo io. Rimaneva lì, quel vecchio telefono azzurrino e panna della Sip (all’epoca testa di serie), dimenticato da tutti anche per giornate intere, fino a che improvvisamente squillava e qualcuno doveva correre a  rispondere.

E solitamente a farlo era il più vicino, a volte io. Non aveva schermi il buon vecchio telefono di casa, e non si poteva sapere chi stesse chiamando prima alzare il ricevitore. E, anche  per questo, spesso mi sono toccate delle gran corse a rintracciare quel qualcuno che  “volevano al telefono“.  Quelle sì, erano cose che i più anziani delegavano a noi sbarbatelli.

Se a chiamare era qualche parente lontano, poi, e aveva la fortuna di beccare tutta la famiglia insieme, ci si stringeva tutti intorno alla colonnina, passandosi di mano in mano la cornetta legata al filo. Una sorta di antico antenato della riunione Zoom, o qualcosa del genere.

Fuori di casa non arrivava la magia del telefono, si era irreperibili. A meno che non si trovasse una cabina telefonica nei paraggi, ma erano abbastanza rare e usate solo in casi di necessità.
E in quest’irreperibilità ci si sentiva un po’ vagabondi e forse più liberi. Voleva dire anche quello, l’ebbrezza del viaggio e la spensieratezza di una giornata in campagna.
Non esserci per altri, non essere in altro posto che lì.

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Il mondo poi

Molto nitidamente ricordo poi un altro evento che avrebbe cambiato la mia vita e quella di tutto il mondo, ma allora non potevo saperlo. In una sera d’inverno, forse in occasione delle festività natalizie, arrivò mio zio con uno strano pacchetto: era il primo cellulare mai visto nella mia famiglia.

Qualcuno lo guardò inorridito, qualcuno stupito, qualcun altro pensò che l’umanità avesse passato il confine proibito, come l’Ulisse dantesco.

Fino ad allora, tutto ciò che riguardava i cellulari era avvolto da un alone di mistero. Il fenomeno era ormai di massa, ma nei piccoli centri giungevano solo dicerìe. Si mormorava che si potesse chiamare da fuori casa ed evitare le chiamate scomode grazie a uno schermo atto a riconoscere il numero chiamante. I modelli più avanzati, si diceva, avevano addirittura la rubrica incorporata. Qualcuno dei membri più anziani della mia famiglia, sconcertato da queste notizie, si riservò di esprimere un giudizio fino alla constatazione personale del prodigio, “come San Tommaso“.

E il momento era giunto: “ma si può chiamare chiunque, dovunque e in qualsiasi momento, pure in Australia?”, chiese il marito della mia prozia Concetta che in Australia ci aveva un fratello emigrante. Risposta? YES MAN: il miracolo era compiuto e a grandi passi ci avviavamo verso un nuovo futuro.

Il resto è storia.

Rivoluzione

Da quel momento in poi, la mia generazione e gli effetti di questo boom tecnologico sono cresciuti insieme. In questa forsennata corsa verso un mondo all’altezza della fantascienza, mentre l’umanità continua(va) a stupirsi di ogni nuova diavoleria tecnologica, crescevamo noi ragazzi di questa epoca ossessionata dalla tecnica.

In un turbinìo di eventi e di anni arrivarono gli SMS e, con i primi telefoni a colori, gli MMS, anche questi di lì a poco soppiantati da Bluetooth e Raggi infrarossi. Le vecchie macchine fotografiche a rullino e le Polaroid soppiantante dalle nuove macchinette digitali (ora abbastanza desuete anche quelle). Il Computer divenne Personal, mai più floppy disk e, subito dopo, mai più CD grazie all’USB, fino a raggiungere il desideratissimo lettore Mp3. Le ricerche non più in biblioteca, ma su CD contenenti enciclopedie virtuali.

Tutte queste migliorie tecnologiche, divenute di massa, in verità, con la mia generazione erano esplose (in termini di popolarità, eh) ma la loro genesi apparteneva al passato. Prossimo, ma passato.

La vera rivoluzione,  lo sapevamo tutti, era a venire: la rivoluzione di Internet. Il World Wide Web stava affermandosi in tutto il mondo, annunciato come il  passo successivo della conoscenza. Proprio mentre noi ci avviavamo all’adolescenza si parlava del nuovo prototipo di essere umano: l’uomo con Internet.

WWW, mi piaci tu. Era inevitabile pensare che quell’uomo dovessimo essere noi.

C’è chi dice no

Le mamme della mia famiglia, in verità, si mostrarono caute fino all’ultimo nei riguardi di Internet; pensavano che quel mezzo potesse rappresentare un pericolo per ragazzini in fase di sviluppo. E, col senno di poi, non è che non avessero poi tutti i torti.

Ad ogni modo, io e mio cugino le convincemmo, con spirito d’accademia e una buona dose di rompiballismo, del fatto che scrivere la tesina della terza media senza Internet ci avrebbe condannati a un elaborato retrogrado e poco aggiornato a livello nozionistico. Presentavamo questo “progresso” come un umile servo della cultura, della verità e della giustizia sociale: l’operazione riuscì; e non solo a noi.

The social era

Così, sbarcare al campus Liceo sembrò, a me che avevo passato tutta la mia vita scolastica nel buon vecchio Istituto Comprensivo accanto casa, come approdare un’altra vita. In gergo, la svolta.
Nuove conoscenze, nuovi luoghi, nuove materie e una nuova socialità online, della quale eravamo dei veri pionieri, ma che comunque, per quanto riguardava il mio microcosmo, rimaneva subordinata e asservita a quella reale. Semplicemente, noi ragazzi, più versati nella nuove tecnologie, avevamo strumenti per stare insieme e in qualche modo darla in barba alla vecchia generazione che ci sembrava non riuscisse a tenere il passo, nostro e della tecnologia.

Così usavamo i cellulari per scambiarci messaggi in diretta e senza l’imbarazzo della parola; qualcuno imparò a digitare papiri interminabili senza guardare lo schermo e pure col famigerato T9, nuova scusante dei meglio analfabeti ma ottimo strumento in mano di chi i telefoni li usava parecchio.

Finito l’orario scolastico e il pranzo poi, ci si connetteva al PC per continuare a stare insieme ai propri amici nel luogo virtuale che, all’epoca, era MSN. In un mondo di trilli, blog, emoticon che solo noi potevamo capire, che solo a noi apparteneva.

Altra fase che sfumò ancora più in fretta di quelle precedenti. Mentre andavamo incontro al 2010, al secondo decennio del nuovo millennio, in Italia arrivò Facebook.

Questa volta, però, eravamo un po’ cresciuti e anche noi ragazzi ci ponemmo delle questioni su questa novità. Capivamo la differenza tra scriverci messaggi in codice con le faccine nella nostra cerchia ristretta di amici,  le nostre pagine personali dai colori orridi, i nostri messaggi il più possibile incomprensibili e la criticità di rendere pubbliche le nostre cazzate da adolescenti in uno spazio virtuale con tanto di nome, cognome e foto identificativa. Noi per primi, questa volta, restavamo perplessi.

Non potevamo comunque ignorare, pionieri come eravamo, l’opportunità di connetterci a gente da tutto il mondo. Diveniva, ai nostri occhi, sempre più concreta la possibilità di scambiarci opinioni, pareri, esperienze che ci avrebbero formati ad accettare, preservandola, la diversità.

Io passavo interi pomeriggi ad ascoltare la musica su YouTube, a fuggire dalla povertà culturale di un piccolo centro del Sud per esplorare immagini e suoni altrimenti pressoché impossibili da reperire. Sembrava scontato che quel mezzo ci avrebbe dato più libertà.

Così partimmo alla conquista del nuovo mondo virtuale, scherniti da quelli che oggi il web stesso individua con il termine boomers. Lanciati gli smartphones, poi, per alcuni il principio di una cyborghizzazione ancora in atto, arrivò l’apice di quella forsennata cavalcata. Internet ovunque, nel palmo della mano.

E invece forse proprio allora iniziò forse a covare la profonda disillusione di chi per primo aveva creduto nelle potenzialità del Web.

Realtà

Ricordare l’entusiasmo di quegli anni dopo aver vissuto gli eventi del decennio appena conclusosi, a dire il vero, fa uno strano effetto.

Le speranze di tutti quei ragazzini come me che avevano visto in Internet la possibilità di evolvere con la società globale hanno dovuto, poco a poco, cedere il passo alla consapevolezza che il progresso si fosse asservito, ancora una volta, al commercio. L’essere umano diventato banca di dati, da sfruttare per il profitto. Non era proprio questo che avevamo in mente.

E non posso fare a mena di chiedermi cosa penserebbero quei ragazzini di dieci anni fa se potessimo raccontare loro tutto quello che abbiamo dovuto constatare fino ad oggi. Come potremmo spiegare loro che il mondo che si immaginavano più evoluto sarebbe divenuto solo meno fisicamente partecipato, che la società eterogenea e tollerante che sognavano sarebbe capitolata sotto la rabbia di individui omologati che si odiano vicendevolmente, che gli strumenti che pensavano democratici sarebbero divenuti mezzi di controllo, che gli algoritmi nei quali cercavano la libertà e l’emancipazione li avrebbero condotti ad “esperienze personalizzate” ottimizzate a mostrare loro cose che già sanno o che si aspettano di vedere?

Se davvero potessimo spiegarglielo, cosa ne penserebbero? E, soprattutto, cosa penserebbero di noi?

 

Enzo Panizio
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Enzo Panizio
Vive a Bologna, dove si è laureato in Giurisprudenza con tesi su privacy e data protection. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura creativa, ha iniziato con le rime appena in grado di leggere. Gli piacciono l’arte in tutte le sue forme, le tematiche sociali, lo sport e l’odore della carta stampata. Per questo, nel tempo libero, non ha tempo libero.