medicina
Cronache di un BL

Quando credevo di voler fare medicina – Storia di un percorso Borderlain

Tempo di lettura: 4 minuti

Il fallimento deve essere il nostro insegnante, non il nostro becchino. Il fallimento è ritardo, non sconfitta. È un intoppo temporaneo, non un vicolo cieco. Il fallimento è qualcosa che possiamo evitare solo non dicendo nulla, non facendo nulla, non essendo nulla.

(John Maxwell)

Quando avevo tredici anni, drogata com’ero di Grey’s Anatomy, alla domanda “Cosa vuoi fare da grande” rispondevo: il chirurgo.

Nello stesso periodo la domanda più frequente era: che scuola superiore sceglierai? Sei in piena pubertà, hai brufoli ovunque e ormoni incontrollabili e gli adulti pretendono che tu compia una scelta decisiva per il tuo futuro. Ma come fa una tredicenne a sapere cosa o chi vorrà essere da grande? Come fa a essere certa che da lì a cinque anni non cambierà idea?

Ad ogni modo io, alla domanda sulla scelta della scuola, rispondevo senza esitazione: liceo scientifico. L’opzione più ovvia in vista della facoltà di medicina.

Volete sapere che cosa è successo? Ho fatto il classico. Nella mia scelta ho seguito l’istinto, la pancia.

Il giorno dell’Open Day, assistendo alle presentazioni di tutti i licei della mia città, fui completamente conquistata dal classico e non riuscivo nemmeno a spiegarmene il motivo. Ok, forse una piccola parte di me era rimasta incantata dal discorso del professore di greco e latino: aria da intellettuale, fascino da studioso, carismatico, autorevole, abile affabulatore… Ma garantisco che questo ha influito solo in minima parte.

Sta di fatto che ho ignorato completamente la strada più logica e più sensata.

Per citare gli 883, nessun rimpianto. Se dovessi tornare indietro, rifarei la stessa scelta, nonostante fossi abbonata al 3 nelle versioni di greco e latino. Sono stati cinque anni fantastici, con tutte le gioie, i dolori, le amicizie, i litigi, i batticuori e i momenti irripetibili di un’adolescenza che finisce troppo in fretta. I ricordi migliori? Gli aperitivi al solito bar, dopo i pomeriggi passati nelle aule studio. Io, i miei amici, un buon Pirlo Campari e tante risate.

Gli anni del liceo sono volati e, in uno schiocco di dita, stavo stringendo la mano ai professori della commissione allesame di maturità.

Certo è che, dopo cinque anni di greco e latino, non avevo cambiato idea: continuavo a divorare episodi di Greys Anatomy e, soprattutto, non avevo smesso di immaginarmi con il camice e il bisturi in mano.

Passai l’estate sui libri, per recuperare tutte quelle materie scientifiche che al liceo avevo stupidamente messo in secondo piano. Il giorno del test feci del mio meglio. Ma non bastò. Fu una bella botta. Il primo vero fallimento della mia vita. O, almeno, io lo vedevo così. Anche perché non avevo un piano B. Vedevo i miei amici eccitati all’idea di cominciare l’università, chi in città, chi lontano da casa. Loro andavano avanti, mentre io rimanevo ferma.

M’iscrissi a ingegneria informatica, tanto per non rimanere con le mani in mano. I corsi del primo anno avrebbero potuto aiutarmi a superare il test di medicina l’anno successivo.

No, non avevo cambiato idea. Volevo fare medicina, a qualunque costo.

C’era un piccolo problema: ingegneria informatica mi faceva cagare – scusate il francesismo. Rinunciai agli studi dopo un semestre e decisi di prepararmi nuovamente al test di medicina per conto mio. Trovai anche un lavoretto. Almeno avrei avuto qualcosa da raccontare alle rimpatriate con i miei vecchi compagni di scuola, ancora davanti a un Pirlo Campari nel bar di sempre. Quegli aperitivi erano un colpo al cuore. Sentire le loro storie di vita universitaria non faceva che aumentare la mia sensazione di essere alla deriva.

Fu in occasione di questi aperitivi, però, che i miei amici mi incoraggiarono a trovare un’alternativa a medicina. Anzi, furono proprio loro a suggerirla:

“Dovresti vederti quando parli di film e di serie tv, ti si illuminano gli occhi. Non hai mai pensato di trasformare questa passione in qualcosa di più?”

“Hai mai pensato di studiare cinema?”

Ci rimuginai parecchio e feci un sacco di ricerche, poi qualcuno mi parlò del Dams. Spulciai i piani di studio dei diversi atenei: Torino, Roma, Bologna… Bologna! Ecco il mio piano B. Il Dams di Bologna, indirizzo cinema.

Lo dissi ai miei. Sembravano preoccupati e non avevano tutti i torti. Pensavano all’ingresso nel mondo del lavoro, ben più difficoltoso rispetto a una carriera da medico. E pensavano anche al mio trasferimento in un’altra città, lontano da loro. Poi smisero di pensare: era comunque la seconda opzione, il mio obiettivo principale rimaneva quello di entrare nella facoltà di medicina.

Il test andò male, di nuovo. Non la presi benissimo. Avevo fallito un’altra volta. Avevo deluso me stessa e i miei genitori. Fu mia madre, con la domanda giusta al momento giusto, a cambiare le cose.

“Sei veramente sicura di voler fare medicina?”

“No” risposi, di getto.

Avevo passato l’intera adolescenza a fantasticare su una professione che conoscevo solo grazie a una serie tv e avevo tralasciato tutto il resto.

Volevo fare il chirurgo? Sì, ma avevo considerato la possibilità di non riuscire a entrare in una specializzazione chirurgica? No.

Mi sarebbe piaciuto ugualmente fare il medico generico, il ginecologo o, magari, l’otorinolaringoiatra? Assolutamente no.

Quei no mi fecero cambiare prospettiva. Quei no trasformarono un fallimento in una scoperta di una parte di me che avevo completamente ignorato.

Ed eccomi qui! Quando avevo tredici anni credevo di voler fare il medico. Ora sono a Bologna, a studiare cinema. C’è voluto del tempo, lo so, ma ora ho davvero trovato il mio posto.

Ricorda, quando i tuoi piani falliscono, che la sconfitta temporanea non è un fallimento permanente. Significa soltanto che i tuoi piani non erano validi. Crea altri progetti. Ricomincia tutto da capo.

(Napoleon Hill)

Sara Tocchetti

 

Ti sei perso il Cronache di un BL del mese scorso? Clicca qui!

Leave a Response