Positiva
Editoriali

Positiva al Covid-19: la caduta di un’inguaribile ottimista

Tempo di lettura: 3 minuti

Ti insegnano che se affronti la vita con atteggiamento positivo potrai solo attirare positività. Viceversa, più ti piangi addosso e ti lamenti e più sarai un magnete per catastrofi e tragedie. Verità inopinabili, certezze indistruttibili, credenze incrollabili alla base di una vita che si spera possa essere serena, piena e…positiva.

E quindi…

L’abitudine al bicchiere mezzo pieno: non perché il liquido versato sia sempre alcolico ma perché è bello vivere con qualcosa tra le mani che non rischia di essere versato perché trabocca né funge da orpello inutile perché vuoto.

L’abitudine alla ricerca dell’arcobaleno: perché non può piovere per sempre; anche se ogni volta che fanno due gocce, le pareti della camera da letto sembrano le Cascate delle Marmore ma non importa, ho sempre voluto una camera con vista sulla natura.

L’abitudine al sorriso come risposta alle beffe della vita: perché sorridere è un’arma potente, disarma il tuo nemico e quando proprio va male, ti fa sembrare idiota e nessuno si sogna di infierire sul prodotto scarso e mediocre dell’impietosa Madre Natura.

Queste e tante altre belle abitudini, il Covid-19 si è portato via.

Prima che mia madre abbia un infarto ed i miei colleghi comincino a pensare all’ultima volta che gli ho alitato in faccia: sono positiva in senso metaforico.

Dalle prime avvisaglie della diffusione pandemica, sono stata positiva: amici e famiglia possono testimoniare quanto conforto la mia presenza- fisica o virtuale- abbia apportato nelle loro vite. È stato più che un “andrà tutto bene” gridato 7 volte al giorno dal metro cubo del mio balconcino in mansarda; è stato più dei 15 kg di pane, pizze, casatielli, croissant, taralli, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale sfornati a tutte le ore del giorno e della notte per trasmettere un’immagine di casalinga per nulla disperata; è stato molto, molto di più che scovare hobby e passatempi reconditi come colorare mandàla con le parolacce o iniziare un percorso di meditazione e diffondere la parola della saggezza e spronare all’impiego del tempo in modi alternativi.

È stato tollerare le tre videocall quotidiane con le famiglie. Tutte uguali, strutturate come una riunione di condominio in cui i punti all’ordine del giorno sono sempre gli stessi: quando ne usciremo? cosa avete mangiato? quando ti deciderai ad annullare i tuoi progetti per quest’anno perché tanto non riuscirai a realizzarli??? È stato prendere continuamente schiaffi e porgere l’altra guancia come un’ebete. Finite le guance poi, c’è sempre stato altro da porgere. Ancora più da ebete.

È stata una lotta continua contro la negatività di un mondo che è abituato a vedere sempre il lato più oscuro, ad aspettarsi sempre il peggio, non come misura di prevenzione dalle delusioni ma come stile di vita, per sé e per chi gli sta intorno. È stato come costruire faticosamente ogni giorno un piccolo castello di carta e vederselo buttare giù con una schicchera. E ricominciare, il giorno dopo, tenendo a mente Don Chisciotte e i suoi mulini a vento.

È stato incoraggiare i colleghi dell’inutilità della loro preoccupazione per quello che sarebbe accaduto, spronandoli a fare bene il proprio mestiere senza pensare a licenziamenti, sospensioni, brutte sorprese, per poi essere io quella che, a tre mesi dall’inizio del lockdown, si ritroverà senza occupazione. È stato rincuorare chi non ha un’entrata economica fissa di avere fiducia nell’efficacia delle misure intraprese per poi subire gli scompensi finanziari della cassa integrazione e la sua conseguente incidenza sui bilanci famigliari.

È stato tutto inutile, direbbero ora i disfattisti, i complottisti e forse i realisti. È stato tutto vano.

Lo è stato?

Personalmente non ho la lucidità necessaria per potergli dare torto o ragione. In fondo, non è ancora finito questo TUTTO e non so perché ne parlo al passato. L’ennesimo eccesso di ottimismo

Margherita Sarno
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Margherita Sarno
Nata in una domenica di maggio, dedita agli studi linguistici trasformatisi poi in islamici, dopo la laurea diventa giornalista. Scrive per chi ama l’informazione pulita, per chi vuole ritrovarsi nelle parole che evocano sentimenti comuni e soprattutto per chi cerca la compagnia tra le righe.