figli di un bronx minore
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Perché dovreste leggere Figli di un Bronx minore di Peppe Lanzetta: sogni e visioni tra macerie di periferia

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Che cos’è la “sporca poesia urbana”?

Per l’epigrafe del suo “Figli di un Bronx Minore”, pubblicato nel 1993 da Feltrinelli, Peppe Lanzetta non poteva scegliere che una citazione di Jorge Amado, il quale ci ricorda che l’unico diritto davvero inalienabile dell’uomo è il sogno, un’oasi fuori dalla portata perfino di un dittatore.

L’autore partenopeo ci invita a tratteggiare nella nostra mente tale riflessione attraverso i quotidianissimi, disperati cocci di vita dell’umanità che addensa la periferia di Napoli: un immenso cornicione opaco e degradato eppure segretamente aggrappato ai suoi miraggi, alle sue fantasie offuscate dietro blocchi di devastato realismo. In un luogo in cui perfino i dilapidati edifici paiono emettere urla di afflizione, a prendersi la scena è uno stuolo di moderni vinti verghiani, protagonisti loro malgrado di una crudezza meno reclamizzata rispetto a quella di altre celebri aree suburbane tormentate, ma altrettanto pulp: quella del loro strapazzato, accartocciato, insudiciato Bronx.

Figli di un Bronx Minore è una traiettoria di dannazione, una botta d’acido che precede un’epifania, uno schianto su una strada sterrata di periferia attutito da un manto di zucchero filato. È una raccolta che sa di copertoni bruciati, di sudore, di sesso, di fruscii di cartacce abbandonate tra le piante, di siringhe e preservativi usati. Sfogliando le pagine, in effetti, sembra di respirarla, quella periferia. Chiudi per un attimo le palpebre e prendono forma le palazzine umide e fatiscenti, le rimesse abbandonate e cadenti. Il linguaggio è, del resto, profondamente evocativo: talmente corrosivo da rasentare la violenza, da conficcarsi nel cuore come una pallottola. Eppure non è tutto lì. L’immaginazione diventa la linea di demarcazione che concede alle sbandate creature disegnate da Lanzetta una virtuale redenzione, un’ora d’aria dalla deriva di giorni desolatamente simili a loro stessi, una voce fin lì negata, l’ultimo baluardo di effettiva resistenza per la loro soggettività.

Lo spettro delle vicende raccontate piroetta tra spaccati di vite solo apparentemente ordinarie, vite però allo sbando. Sono storie che si snodano, inevitabilmente, a partire dal loro contesto ambientale: mettono a fuoco amori rozzi e interrotti, tossicodipendenze moleste, commercianti che portano la famiglia in villeggiatura a Mondragone perseguitati da richieste del pizzo, improbabili cantanti o presunti tali che si esibiscono in cerimonie di dubbio gusto, ragazze madri, perdigiorno incalliti che trascorrono le giornate al biliardo sognando di scalare la lista d’attesa per una casa decente. Ma anche semplicemente vite assuefatte, vite alla scoperta di loro stesse, vite sospese, vite che vorrebbero essere altrove.

Tuttavia non manca, anzi è fortissimo nella scrittura di Lanzetta, un accento manifestamente comico, anche caustico; quest’ultimo è mescolato però con la riflessione e una sorta di lirismo decadente che assume quasi i connotati della nobilitazione del mediocre, un’elevazione di ogni ordinario vissuto, o addirittura frammento di vissuto, al rango di straordinario. Ripercorrendo le dannazioni dei suoi personaggi, Lanzetta sembra ridere di loro con noi, nella misura in cui il tragicomico di alcune situazioni (come il gigolò albanese che uccide per centomila lire, oppure i materassi sudici utilizzati in casa come pregiati tappeti persiani) sfocia nell’assurdo e suscita ilarità.

figli di un bronx minore

Il rovescio della medaglia è però garantito dall’alone poetico con cui l’autore riveste le vicende dei suoi personaggi e dalla dimensione introspettiva a loro riservata grazie all’ingresso diretto nel mondo dei loro pensieri. È un modo di riconoscere a queste figure un’umanità pienamente viva, la cui piena espressione è soffocata e ridotta a morsi, scampoli di esistenza stentata. Alla fine di ogni capitolo un groppo in gola si impadronisce del lettore. Lanzetta riesce magistralmente nella missione di far deflagrare in chi legge un tumulto emotivo che galleggia continuamente tra la rabbia, l’impotenza, la compassione e persino la commozione.

Scoperchiando l’universo mentale dei suoi personaggi, il mondo dei loro sogni ad occhi aperti, Lanzetta ci permette di entrare nelle loro visioni: è così che una notte trascorsa bevendo birra davanti ad un televisore di uno striminzito appartamento di Licola diventa un’esperienza virtuale all’interno dell’ebbrezza del protagonista, che si immagina una festa quasi orgiastica in compagnia di varie personalità dello spettacolo. Licola come Cap d’Antibes, insomma. È così che la gravida Barbarella, sedotta e abbandonata da un rustico meccanico di un’officina sperduta nei sobborghi, sogna di librarsi più in là delle sue disgrazie, all’altezza delle nuvole. Il ritmo delle visioni, dei “trip” di evasione di questi vagabondi della sofferenza è serrato, parole senza respiro, come in un vortice di immagini che si sovrappongono e si sistemano una di fianco all’altra. È una libidine provvisoria, un compiacimento intensissimo, effimero come un orgasmo.

“Figli di un Bronx minore” è un libro vulcanico, irriverente, divertente, amaro. È la voce di un ghetto, la voce degli ultimi, è l’Anime salve della letteratura italiana. È uno sporcarsi le mani aspettando prima di rilavarle perché tra quello sporco hai trovato qualcosa, è una sbornia cercata e rivelatrice tra le nostre macerie di uomini.

 

Mattia Passariello

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