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Murakami: i 5 migliori libri per immergersi nella magia dello scrittore

Tempo di lettura: 5 minuti

Abbiate il coraggio di dirlo a gran voce: nel panorama della letteratura contemporanea è raro trovare scrittori di livello. La tendenza della letteratura “semplice”, quella che parla del quotidiano e mira a toccare le nostre corde più sensibili, tende più che altro a scadere nella banalità, e le storie che inondano le librerie finiscono per essere un passatempo.

Però poi c’è Murakami.

Haruki Murakami è lo scrittore giapponese più famoso in Occidente e, per questo motivo, più soggetto a pareri contrastanti. C’è chi lo trova spettacolare – e non è un caso, forse, che ogni anno sia ad un passo dal Nobel -, ma molti critici lo ritengono troppo retorico e sopravvalutato. L’unica certezza è che Murakami fa parlare di sé, e dopo aver letto una sua storia, non si è più gli stessi. Nel bene o nel male.

Ogni libro di Murakami, in effetti, non può essere racchiuso nella semplice dicitura di “storia”. Con Murakami viaggiamo, in un senso sia fisico che spirituale. Entriamo in un mondo parallelo che spesso appare identico al nostro, ma con qualcosa che non va. E non sempre capiamo cosa sia quell’elemento di disturbo, ragione per cui ci immedesimiamo con Tengo, Aomame o Toru, diventiamo loro, conduciamo le loro vite e, una volta arrivati al capolinea, non sappiamo più da dove siamo partiti, o per quale motivo l’abbiamo fatto. Arriviamo smarriti, quasi quanto gli stessi protagonisti, se non di più. Ci si innervosisce, con i finali di Murakami: la rabbia dura poco, però, perché rapidamente ci rendiamo conto di quanto la soluzione a tutti i nostri quesiti, e a quelli dei personaggi che abbiamo accompagnato era, in realtà, sotto i nostri occhi. O forse una soluzione non esiste e va bene così.

Il papà dell’uccello che girava le viti del mondo nasceva 72 anni fa, e noi sentiamo di augurargli buon compleanno ringraziandolo. Perché dal 1979, anno di pubblicazione del suo primo romanzo, continua inesorabilmente a regalarci emozioni, tra un pezzo jazz e un gatto misterioso, tra crudo realismo e tocchi onirici, di cui è maestro.

Se vi abbiamo scatenato anche solo un po’ di curiosità, ecco una lista/percorso da poter tenere presente per avvicinarsi a uno scrittore unico nel suo genere. Pur considerando che qualsiasi descrizione delle sue opere può solo essere un resoconto superficiale di ciò che ogni storia vergata dalla penna di Murakami ha realmente da donarci.

Nowegian Wood (Tokyo Blues) (1987)

Per iniziare il viaggio  tra le opere oniriche di Murakami è consigliato partire dall’unica opera che non ha nulla di onirico. Anche per questo motivo, forse, Norwegian Wood è il titolo più famoso dello scrittore. Scritto a Roma nel 1987, è probabilmente il manifesto dello stile di scrittura di Murakami: semplice e diretto, ma magistrale, e per questo motivo emozionante o disturbante al tempo stesso.

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1993 con il solo titolo di Tokyo Blues, Norwegian Wood è il romanzo «dell’ombra dei sentimenti e della solitudine». Ma è anche un romanzo sull’adolescenza e l’ingresso dell’uomo nell’età adulta, polarizzato tra il desiderio di essere accettati e quello di rimanere sé stessi ad ogni costo. È poi, ancora, un romanzo sull’amore (o il desiderio sessuale?). La scelta tra due donne diventa la metafora delle scelte della vita, prima che siano questa – o la morte – a decidere per noi.

Da leggere rigorosamente ascoltando l’omonima canzone dei Beatles.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie (1985)

Una volta presa dimestichezza con il suo stile, i risultati possono essere due: o ci si innamora, o lo si odia. Auspicando più al primo esito, è allora consigliato passare subito alla vera e propria magia.

Questo romanzo, di poco precedente al caso letterario di Norwegian Wood, è tra i più complessi da presentare. Il racconto si svolge in due luoghi paralleli, che si alternano regolarmente come capitoli: La fine del mondo, ovvero una Tokyo futuristica, distopica e completamente disumanizzata, e il paese delle meraviglie, una città spettrale, separata da alte mura dal resto del mondo, che non sembrano solo proteggere il luogo, ma anche tutti i suoi abitanti, che non provano alcun tipo di sentimento o di sensazione.

Mentre a Tokyo si mette a punto un esperimento pericoloso per la vita delle persone, spingendo un uomo nel sottosuolo della città popolato da spettri, mostri e presenze maligne – una «metafora delle paure che agitano le coscienze» -, nel paese delle meraviglie ad un forestiero viene affidato il compito di leggere i sogni nei teschi degli unicorni, gli unici animali che popolano il luogo, con la speranza di portare alla luce frammenti di una vita passata.

Rinunciate alle spiegazioni, o a una conclusione lineare. Siate liberi di trarre le vostre conclusioni: la frase d’ordine per leggere questa storia è abbattere qualsiasi muro della logica.

A sud del confine, a ovest del sole (1992)

Dopo il trambusto assicurato da La fine del mondo e il paese delle meraviglie, c’è la necessità di tornare a qualcosa di più “comprensibile”, che possa in parte rasserenare il nostro animo. A sud del confine, a ovest del sole, è praticamente una poesia in prosa. Il protagonista potrebbe essere considerato come un alter ego dello scrittore: Haruki Murakami, infatti, è nato nel periodo del miracolo giapponese, e non ha avuto fratelli o sorelle. Allo stesso modo il protagonista di questa storia, Hajime, capisce di essere diverso quando si rende conto di vivere in un mondo tutto suo perché figlio unico, evento rarissimo nelle consuetudini delle famiglie dell’epoca del baby boom.

Hajime è un ragazzino di 12 anni e fa della sua solitudine un punto di forza. Ciò non vuol dire che non soffra di questa condizione, più che altro perché inspiegabile. Poi un giorno stringe la mano ad una sua compagna di classe, Shimamoto: «è in quell’istante che scopre che la somma di due solitudini, a volte, dà l’inatteso risultato di un amore più forte del tempo».

Tutti i figli di Dio danzano (2000)

Murakami sa dare il meglio di sé non solo in lunghi romanzi, ma anche e soprattutto nei racconti. Sono almeno cinque le sue raccolte, e tra le più belle sentiamo di annoverare Tutti i figli di Dio danzano.

Di solito, i racconti dello scrittore giapponese appaiono scollegati tra di loro: storie e personaggi diversi, che si muovono tuttavia su uno sfondo comune. Qui, lo scenario è quello del terremoto di Kobe del 1995, che distrusse una grande parte del Giappone e provocò migliaia di vittime.

Ragione per cui ogni storia di questa raccolta si basa sul fenomeno dell’incontro: sei brevi narrazioni che narrano di sei incontri atti a curare delle ferite, a uscire da situazioni complicate, a decifrare misteri o salvare un’intera città. È il caso, questo, di Ranocchio salva Tokyo: il penultimo racconto del libro narra, come se fosse del tutto normale, del giorno in cui un ranocchio si presentò nell’appartamento di un anonimo impiegato di banca per riferirgli che aveva il compito di salvare la città di Tokyo da un mostro maligno albergante sottoterra.

1Q84 (2009)

Per gli amanti di Murakami – e speriamo vivamente che a questo punto possiate diventarlo anche voi -, 1Q84 è un pilastro, il capolavoro indiscusso dell’autore, secondo probabilmente solo a Kafka sulla spiaggia o L’uccello che girava le viti del mondo.

1Q84 è una trilogia, e la sua storia non può essere presentata o raccontata come quella di una qualsiasi altra saga di libri. C’è un tripudio di personaggi, dai reali (Tengo e Aomame) ai fantastici (i Little People); c’è un mondo parallelo all’anno 1984 in cui nel cielo compaiono due lune – 1Q84, per l’appunto, in cui la lettera Q sta per question mark, il punto interrogativo. Ci sono tante storie diverse che si intrecciano, tutto al confine tra realtà e allucinazione. E poi c’è un libro all’interno dello stesso che stiamo leggendo, che sembra lentamente irrompere e cambiare il corso della storia.

1Q84 non va solo letto, ma va sentito. E se siete giunti fin qui, vi consigliamo caldamente di farlo, per vivere un’esperienza fuori dal normale.

Sara Maietta
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Sara Maietta
Una vita ascrivibile all'ABCD: aspirante curatrice, bookalcoholic, catalizzatore di dissenso e dadaista senza speranze.