Facebook e fake news
Società

Facebook e “fake news”: le bugie di Zuckerberg e i dipendenti in sciopero

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Circa un mese fa trattavamo del nuovo dichiarato approccio di Facebook nella lotta alle fake news. Il social maggiormente interessato dal fenomeno delle notizie mendaci – che ha decretato la fortuna dei profittatori e del social stesso – sembrava in procinto di darci un taglio netto. O almeno così dichiarava Mark Zuckerberg, CEO della compagnia.

Quanto sta accadendo negli USA a seguito della morte di George Floyd, però, sta scuotendo l’intera società americana e mettendo i social network in dovere di schierarsi per davvero. Soprattutto alla luce dello scontro, in corso, tra Twitter e Donald Trump.

Il social dei cinguettii, per la prima volta, ha avuto l’ardire di bollare in giallo con un “verificare le fontidue post del presidente americano sul voto postale. La risposta di questi, chiaramente, non si è fatta attendere: minaccia di forte regolamentazione o chiusura dei social che si permettono di etichettare. Poi la rivolta a seguito dell’assassinio brutale e arbitrario di Floyd, Trump che invoca le armi contro i manifestanti e Twitter che etichetta il post come inneggiante alla violenza.

E Facebook?

Per Zuckerberg, le roboanti dichiarazioni di fine aprile sembrano essere solo un ricordo.

Innanzitutto perché, per gli esperti, il tentativo si è rivelato, all’evidenza, fallimentare. Quotidianamente assistiamo a nascita e diffusione delle notizie più assurde sul coronavirus (e non solo); dal 5G alle aspirine, passando per i vaccini col mercurio. Notizie, prive di qualsiasi fondamento scientifico o almeno fattuale, che non hanno incontrato, a quanto pare, alcuna resistenza nel diffondersi viralmente sulla rete Facebook.

Ad oggi, tuttavia, la faccenda pare ancora più spinosa.  Tanto la gestione ordinaria quanto quella emergenziale del tema fake news sono passate in secondo piano per il sopraggiungere di una situazione inedita dall’avvento dei social: il presidente degli Stati Uniti che usa i profili on-line per istigare alla violenza vicendevole i cittadini del proprio Paese.

La strategia adottata dai vertici del colosso dei media è stata l’assoluta non-azione. L’imbarazzante inerzia, però, non è rimasta senza conseguenze.

Scioperi e sorpassi

Inedita, infatti,  è stata anche la reazione dei dipendenti Facebook. Da sempre a difesa della loro azienda, anche nei momenti in cui ne è stata più chiacchierata la bontà dell’azione, questa volta proprio non ci stanno. Pubblicamente si sono schieratati contro il non-operato dei vertici e hanno dato inizio a quello che è stato definito uno “sciopero virtuale“; dal momento che molti di loro lavoravano in regime di  smart-working. “Non più orgogliosi di fare parte della nostra azienda” menzogne su sicurezza e lotta alla violenza” le motivazioni addotte.

In disaccordo col CEO anche alcuni di coloro che hanno contribuito a redarre il codice comportamentale della piattaforma, del quale denunciano la violazione. Altri si sono dimessi per protesta; e lo hanno annunciato su Twitter.

Negli States proprio l’app di Twitter, durante la scorsa settimana, è stata più scaricata di quelle dei social del gruppo Facebook (tra cui anche Instagram). Un sorpasso senza precedenti e un dato incontrovertibile che dimostra come sia quanto mai evidente che le eterne promesse del golden boy della Silicon Valley circa la sicurezza dell’utenza raramente divengono realtà.

Scusanti poco convincenti

A sua discolpa, il buon Mark ha dichiarato a Fox News che le piattaforme private “non dovrebbero essere arbitri della verità di quanto le persone sostengono online“. Come se non fosse stato lui a dichiarare, poco più di un mese fa, di avere ingaggiato 60 agenzie di fact-checking per contenere il danno che l’informazione ingannevole, in tempo di pandemia, poteva comportare in termini di vite umane. Allora si era detto molto preoccupato, mentre oggi non lo impensierisce un invito alle armi da parte di Trump.

Entrando nel merito, poi, a mezzo di post sul suo social preferito, si è detto personalmente disgustato dalla retorica presidenziale ma, contemporaneamente, la giudica non sufficientemente esplicita da essere etichettata come istigatoria alla violenza. Nelle parole, cioè, si schiera con i manifestanti, nei fatti non censura i comportamenti del presidente (che gli ritwitta le interviste sulla libertà d’espressione). Sembra, insomma, che il fondatore della più grande compagnia social al mondo si trovi schiacciato tra l’incudine e il martello. Da una parte la perdita del consenso popolare, dall’altra le minacce dalla White House.

Zuckerberg sceglie di non schierarsi, nonostante proprio l’abuso di Trump della sua creatura, in passato, lo abbia esposto allo scandalo con Cambridge Analytica. A ben vedere, però, questa scelta tradisce interessi tutt’altro che indipendenti dalla scena politica a stelle e strisce.

A conti fatti, o Zuckerberg è davvero terrorizzato da una possibile regolamentazione oppure la dichiarata estraneità alla politica del proprio Paese è più ingannevole delle notizie che aveva promesso di combattere.

Enzo Panizio

 

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