DPCM e rivolte
Società

DPCM e rivolte: la democrazia violenta nel Paese dei bar e delle chiese

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Il nuovo DPCM è in vigore da lunedì e lo sarà fino al 24 novembre.  Nel pieno delle forze, però, è anche l’inferno che esso ha scatenato.

Questa volta la citazione è tutt’altro che metaforica, considerate le violente manifestazioni di dissenso e la valanga di opinioni, pareri, critiche e chiacchiericcio tipicamente italiano che ne sono seguiti. Ognuno vede la propria (interessata e settoriale) ragione come metro decisionale trascurato dai tavoli del governo. Il refrain è sempre lo stesso: quando non si nega l’esistenza del Covid, si lamenta la violazione di un diritto.
La litanìa, intonata a giorni alterni da forze politiche che ormai si fatica a definire tali, ora l’hanno imparata anche le tifoserie organizzate violente e i criminali di diversa taglia che sembrano celarsi dietro gli pseudo moti insurrezionali  cui stiamo assistendo.

In questo bailamme di interessi più o meno trasparenti e opinioni non richieste, è nato il nuovo DPCM. Atto dovuto dal punto di vista sanitario-emergenziale ma anche compromesso politico scaturito da forze sociali in grado, evidentemente, di fare pressione sull’esecutivo. In che modo non ci è dato saperlo.
Il dato di fatto, però, apre a serie riflessioni di carattere sociale.

In primis

Con i casi giornalieri che hanno superato le 20.000 unità e le terapie intensive nuovamente in saturazione, sostenere che il Governo non dovesse intervenire è, semplicemente, criminale. Come criminale è il modo di protestare che ne è seguito.

Anzi, probabilmente si sarebbe dovuto intervenire anche prima.
E in effetti si è provato. Le regioni, però, non sono state in grado di gestire in maniera differenziata e proporzionale alle esigenze proprie di ciascun territorio le criticità in atto.  Nemmeno la Campania, col suo presidente fresco di elezione plebiscitaria, è riuscita a impedire l’aumento vertiginoso del contagio e i tumulti sociali. Anzi, proprio Napoli è stato l’epicentro delle violente manifestazioni che oggi imperversano in lungo e in largo per la Penisola.

L’intervento del Governo, a questo punto, era inevitabile.

Dittatura…di chi?

Sorgono spontanei, tuttavia, alcuni interrogativi.
Le misure adottate sembrano rispondere a esigenze che vanno oltre la tutela della salute pubblica e del ciclo economico. Le esigenze non dichiarate, in questi giorni possiamo maggiormente comprenderlo, sono di ordine pubblico.

Complice certa politica, che da mesi blatera circa presunta dittatura sanitaria, si vuole far passare l’idea che il momento difficile che il nostro Paese sta attraversando sia figlio non degli effetti di una pandemia globale che ha stremato la salute e l’economia di tutto il mondo, bensì del Governo italiano che ci vorrebbe schiavi delle mascherine chirurgiche.

Queste sarebbero le “ragioni” di quelli che oggi scendono in piazza in barba alle prescrizioni sanitarie, mettendo, conseguentemente, ancora più a rischio non solo la salute, propria e altrui, ma anche la stessa economia che loro stessi lamentano danneggiata. Risulta all’evidenza come chi elabora o sostiene tali teorie sia in totale malafede o, nella migliore delle ipotesi, semplicemente non in grado di comprendere la semplice realtà dei fatti; o, in gergo, “imbecille”.

Eppure costoro sono riusciti ad avere peso rilevante nelle ultime (e non solo) risoluzioni emergenziali  del Governo. Tant’è che i bar (seppure ad orario ridotto) sono ancora aperti, mentre le palestre sono chiuse, i teatri muti e la scuola si fa a distanza.

Controsensi

Logica vorrebbe, infatti, che con un picco simile di contagi, a chiudere per primi i battenti siano i luoghi con maggiori probabilità statistiche di focolaio. Invece, a farne maggiormente le spese sono state le palestre e gli impianti sportivi che lo stesso Ministro della salute Speranza aveva definito rispettose del protocollo e prive di criticità non più in là di domenica scorsa. Non solo, stessa amara sorte è toccata ai teatri e tutti i loro lavoratori, un settore che dalla ripartenza a oggi aveva registrato una sola positività a dispetto di un’utenza di diverse centinaia di migliaia di persone.

Non può dirsi rilevante, in questo caso, neppure il dato economico. I settori dello sport e della cultura, in Italia, viaggiano su equilibri economici molto più difficili di quello della ristorazione e del turismo in generale. Tali interessi economici non sono di certo meno meritevoli di tutela, anzi.

Come se non bastasse, in termini di utilità sociale, non dovrebbero sussistere dubbi su quali siano le attività indispensabili alla sopravvivenza della società stessa. E, dovendo scegliere, fermare la cultura, l’istruzione e lo sport per poter continuare ad andare al bar dovrebbe essere fuori discussione. Come pure non sembra ben chiaro il motivo per cui non siano state fermate le chiese, come i teatri; i quali offrono, tra l’altro, anche maggiori garanzie circa il rispetto dei protocolli, foss’anche solo per i posti numerati.

È evidente, quindi, come la ragione di tali scelte non sia esplicitata da quelle strettamente emergenziali.

Minacce

Il punto è che questi settori hanno minacciato di scendere in piazza (e in taluni casi è accaduto) sin dalla fine del lockdown. Le manifestazioni scomposte, con la partecipazione delle destre d’opposizione in cerca di facili consensi dovuti al malcontento, hanno rappresentato criticità per salute e sicurezza. Per tutti questi mesi è stata dibattuta la questione “movida” come una delle più scottanti. Evidente pericolosissima fonte di una gran bella fetta dei contagi (gli esempi sono numerosi), ma apparentemente impossibile da impedire. Si ricordino i Briatore (e simili), in gran vena di negazionismi atti a giustificare la propria inosservanza delle prescrizioni e i conseguenti focolai da questa scaturiti.

La CEI, dal canto suo, già dalle prime riaperture, aveva mandato al Governo comunicati che suonavano come vere e proprie dichiarazioni di guerra. E, in Italia, il vescovato non si può ignorare nemmeno in caso di pericolo per la salute pubblica, evidentemente. È proprio vero, negli stati laici non si smette mai d’imparare.

I tafferugli, minacciati da inizio emergenza, infine, che oggi sono diventati atto violento e criminale (e stupido al limite del dicibile), tengono sotto ricatto l’azione governativa. Così il Governo, che è in dovere di garantire  sicurezza e ordine pubblico, a maggior ragione in un periodo nel quale da ciò dipende fortemente lo stato di salute dell’intera nazione, deve tenere conto anche di queste criticità. La violenza che diventa argomento più valido della ragione.

Scacco matto, al Governo e a tutti quelli che si esprimono nelle forme e nei modi garantiti dalla democrazia.

Democrazia delle urla

Lo stato di emergenza e le comprensibili difficoltà (che tutti affrontiamo) non possono essere portate a  scusante di atteggiamenti così dannosi. Anzi, dovrebbero servire a smascherare la malafede, la stupidità e l’egoismo di simili intenzioni. Una società democratica – lo diceva Karl Poppernon può permettersi di tollerare il modo di fare minaccioso e violento di questi facinorosi, poiché, da esso, verrebbe distrutta.

La superbia e l’ignoranza  di chi pretende di agire impunemente e al di fuori delle regole per trarne vantaggio personale non può prevalere sulle meritevoli ragioni di  coloro che, seppur colpiti dalla crisi, manifestano il proprio dissenso nei modi costituzionalmente garantiti (e nel rispetto delle prescrizioni sanitarie attuali).

Altrimenti che lo avremmo inventato a fare lo Stato di diritto?

È, dunque, più evidente di quanto già non lo fosse quanto in Italia, più che di moijto, Ave Maria e tortellini in brodo, abbiamo estremo bisogno di cultura, istruzione e sport; che poi significano civiltà.

Enzo Panizio
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2 Comments

    1. Ciao Edo! Grazie per aver commentato. Sono contento sia d’accordo con quanto espresso, la situazione è tornata critica e purtroppo bisognava iniziare a chiudere. Arriveranno degli aiuti economici. Vero è pure che tutta la società, attività che attaccano il Governo di volerle morte di fame comprese, quando la situazione era più distesa non ha usato il giusto buonsenso. Tutti noi non lo abbiamo fatto, spesso per frivolezze. Siamo un po’ tutti responsabili, e non solo il Governo, che in effetti ci aveva pure avvisati.
      Buona domenica! 🙂

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Enzo Panizio
Vive a Bologna, dove si è laureato in Giurisprudenza con tesi su privacy e data protection. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura creativa, ha iniziato con le rime appena in grado di leggere. Gli piacciono l’arte in tutte le sue forme, le tematiche sociali, lo sport e l’odore della carta stampata. Per questo, nel tempo libero, non ha tempo libero.