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Società

Quest’anno non doni, ma Covid di Natale: “it’s business, baby”

Tempo di lettura: 3 minuti

Ragionare dellipocrisia – capitalista e non solo – delle festività natalizie, ormai, non ha nemmeno più senso.
Il calendario dell’avvento moderno  è fatto di quotidiane pubblicità; e si inizia presto,  appena dopo Halloween. Marketing sfrenato, consumismo a go-go e addobbi usa e getta in materiali plastici sono il must da decenni. Nel mentre, le popolazioni sfigate del mondo vivono tra i rifiuti dei nostri Jingle Bell e Babbi Natale e con meno dei nostri scarti per sostentarsi. Non ha senso, soprattutto perché simili contraddizioni non si vedono solo se non si vogliono vedere.

Anzi, forse il Natale serve proprio a pulirci le coscienze coi regali del Black Friday. A rinchiuderci nell’ipocrisia della nostra Boule de neige fatata, facendo finta che il mondo finisca lì, nella sfarzosità dei cenoni dove per tutti c’è (almeno) un regalo. A fingere che quello che ci siamo scelti sia il migliore dei mondi possibili.

E non vogliamo vederlo, a quanto pare, perché non sappiamo proprio rinunciarvi.

Nessuna eccezione

Il 2020 volge al termine ma non è così anche per la pandemia. Nel picco della seconda ondata, e nell’impossibilità sistemica di affrontarne una terza, non tutti si risolvono ad accettare l’eccezionalità della situazione. Dopo aver tagliato il terribile traguardo di 50.000 decessi, che aumenta al ritmo di diverse centinaia giornaliere, ad oggi, infatti, l’azione governativa è in grande difficoltà per la gestione delle criticità riguardanti le festività natalizie.

Al centro del dibattito sono i negozi, il cenone coi cugini, la Messa di Natale col coro gregoriano e l’apertura degli impianti sciistici. Il dibattito politico-pandemico attuale si strugge sul numero di persone da invitare la sera della Vigilia.

Poco importa, poi, se per non rinunciare alle nostre comode abitudini insieme al pacchetto regalo ci portiamo il Covid, al cenone. E poco importa, a quanto pare, pure se i più vulnerabili potrebbero rimetterci le penne, dipende da quanto siano produttivi per lo sforzo economico del Paese.
Insomma, non doni, ma Covid di Natale.

“Io sono stato azzurro di sci”

Sorvolando la già trattata questione messe e aperitivi, è venuto al pettine il nodo dello sci.
Aprire o non aprire gli impianti sciistici, già teatro di massive infezioni ai tempi della primissima ondata pandemica? That’s the question.

La risposta sembrerebbe scontata, e ancor di più considerando che le palestre sono chiuse e lo sport dilettantistico è bloccato, così come la scuola e i teatri. E invece no, anzi, la questione sta diventando crocevia a livello europeo. Le economie della neve, così come hanno fatto un po’tutti in questi mesi, portano avanti i propri interessi più che preoccuparsi della situazione salute.

Ma non sarebbe poi questo il problema, per carità.

Qual è il problema?

È il non conoscere ragioni oltre le proprie, dell’interesse egoista che mangia tutto il resto; valori, socialità, politica e vite umane. Asso piglia-tutto, it’s business. Soldi, potere, vecchia storia. D’altronde, se Salvini ha detto – dopo essersi pentito del negazionismo estivo – che non riesce a immaginare un Natale a distanza, l’ha fatto non perché abbia vissuto su un altro pianeta nell’ultimo anno e nemmeno per il Sacro cuore di Maria, ma per allargare il proprio bacino elettorale, perché una fetta non indifferente della società darebbe via il nonno (se non il proprio, quello altrui) per mangiarsi la pasta con le sarde il 24 dicembre. IT’S BUSINESS.

E guai a opporsi al business, altrimenti parte il valzer del “ci vogliono morti di fame”, “crack totale”, “con quali palle addobbo l’albero di Natale?”.

Ma di morti di fame non ce ne sono, non a causa delle restrizioni imposte dal Governo quantomeno; mentre di morti per Covid ce n’è tanti, decine di migliaia, per ora. Di fame si muore per altre ragioni e in altre regioni, per politiche estranee alla gestione emergenziale e in realtà alla politica stessa: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri anche in pandemia, e non è un caso.

Dunque? La borsa, lo sci e una preghiera in cambio della vita?
Questione di priorità…”A Natale puoi

Enzo Panizio
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Enzo Panizio
Vive a Bologna, dove si è laureato in Giurisprudenza con tesi su privacy e data protection. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura creativa, ha iniziato con le rime appena in grado di leggere. Gli piacciono l’arte in tutte le sue forme, le tematiche sociali, lo sport e l’odore della carta stampata. Per questo, nel tempo libero, non ha tempo libero.