Coming Out
Cultura

La cultura in tasca. Coming Out day: una giornata per sensibilizzare

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Siamo all’11 Ottobre e, come ogni anno, ricorre il Coming Out Day. Ma cosa vuol dire Coming out? Perché  proprio oggi questa ricorrenza? Queste ed altre domande trovano risposta nelle prossime righe, in un approfondimento su questa giornata particolare.  

Cos’è?

Il coming out, letteralmente “venire fuori”, dunque “allo scoperto” è quando una persona dichiara di appartenere alla comunità LGBTQ+, ovvero di essere lesbica, gay, bisessuale, trans, pansessuale, queer, asessuale, intersex o altro ancora.
Un altro termine utilizzato, nel contesto, è Outing, che si riferisce a quando qualcuno rivela l’orientamento o l’identità sessuale di una persona senza il suo permesso.  Va da sé che l’outing non è una pratica raccomandabile. Mai.  

Perché oggi?

La giornata è stata istituita da Robert Eichberg, psicologo, e Jean O’Leary, politico ed attivista LGBTQ+, e il giorno scelto corrisponde al primo anniversario della seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle lesbiche e dei gay, tenutasi, appunto, l’11 ottobre del 1987.

Dal 1990 questa giornata è sostenuta dalla Human Rights Campaign e ogni edizione ha un tema specifico, ad esempio quello del 2010 aveva come titolo Coming Out for Equality.
La giornata permette l’attività di sensibilizzazione riguardo il Coming Out: negli Stati Uniti, la Human Rights Campaign organizza eventi relativi al National Coming Out Project ed offre risorse alle persone LGBT, alle coppie, alle famiglie, ma anche ai parenti e agli amici, per diffondere l’accettazione delle persone e famiglie LGBTQ+.

In Italia, invece, nel 2016 il Gay Center aveva dedicato la ricorrenza alle persone sieropositive della comunità.  Ogni associazione, in genere, organizza un evento, ad esempio, l’Arcigay di Varese organizza degli stand informativi sabato 12 ottobre.

Abbiamo bisogno di un Coming out day?

Il coming out esiste in quanto viviamo in una società eteronormata, ovvero una società che dà per scontato che tutte le persone siano etero e/o cisgender. Le persone queer vengono rinchiuse in una categoria senza il loro consenso e la responsabilità del coming out ricade tutta su di loro.
La dichiarazione del proprio orientamento e/o identità viene spesso considerata come una sorta di passaggio da un prima a un dopo, un momento che prima o poi va affrontato perché se no si sta mentendo/nascondendo qualcosa.

Nella vita non si farà mai un solo coming out: per molti si ripeterà più volte. Ad affrontare la responsabilità ed il peso del momento resta una sola persona che, nel peggiore dei casi, viene lasciata sola, senza supporto e aiuti.

Aprirsi sì o no?

Non vi è l’obbligo di fare Coming out: è un momento strettamente personale.
È sicuramente un evento importante, soprattutto in una società eteronormata come la nostra, ma non è obbligatorio. Le situazioni sono diverse per ogni persona e una scelta come dichiararsi, purtroppo, potrebbe portare, in alcuni casi, a conseguenze negative.

Sono tante le persone che muoiono a causa del proprio orientamento o identità: persone che subiscono aggressioni, violenze, discriminazioni nella vita di tutti i giorni; individui la cui famiglia d’origine taglia i ponti perché non li accetta; persone che vengono uccise e/o stuprate in quanto non etero e/o cisgender.

Un esempio è il caso di cronaca, dello scorso marzo, di Francesca, una ragazza lesbica che è stata stuprata e abusata da suo padre a causa del suo orientamento sessuale.

Oppure della coppia di ragazze a Londra, aggredite a giugno da un gruppo di ragazzi che le aveva circondate e gli aveva ordinato di baciarsi nel vagone della metropolitana su cui viaggiavano.
Allo stesso modo le persone trans* sono vittime di  discriminazioni e violenze in tutto il mondo: secondo il Trans Murder Monitoring , in Italia, dal 2008 al 2016 si sono verificati 30 omicidi a danni di persone trans*.
Le persone intersex vengono mutilate da neonate, senza diritto di scelta e senza poi essere a conoscenza della loro storia, come nel racconto di Francesca (nome di fantasia).

A che punto siamo?

Nel 2019 sono 69 i paesi in cui l’omosessualità è considerata reato e in 6 di questi Stati è punita con la pena di morte.

I diritti LGBTQ+ non sono ancora riconosciuti in tutto il mondo e il percorso verso un’eguaglianza è lungo e tortuoso. Dichiarare il proprio orientamento e/o identità è molto complesso e ci sono dinamiche differenti in ballo. Il coming out, quindi, non è possibile per tutti. Ma non è neanche un passaggio da dover compiere a tutti i costi.

Cambiare le cose, però, è possibile e si può partire educando le nuove generazioni e sensibilizzandole verso la tematica. L’educazione sta alla base della società. Spesso veniamo educati pensando che essere etero e cisgender sia la normalità, ma se si includessero tutti gli orientamenti e identità, la mentalità delle persone cambierebbe, incidendo notevolmente sui casi di violenza ai danni di chi rivela un orientamento sessuale fuori dall’eteronormatività.

Articolo a cura di:

Sara Najjar

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Sara Najjar
Nata nel 1996 a Bologna e cresciuta nell'hinterland modenese, è ritornata nella sua città natale da pendolare dove ha studiato prima Educatore sociale e culturale e poi Pedagogia. Si circonda di gatti fin da quando è piccola e, tra le tante cose, si ciba di musica (principalmente indie), serie tv, libri e scrittura.