Interviste

Scrivere una nuova narrazione dell’aborto: intervista ad Alice Merlo

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La sua foto e il suo nome stanno facendo il giro di Italia per lanciare un messaggio chiaro: ha abortito e sta benissimo.
Alice Merlo, 27 anni, di Genova è infatti la testimonial della campagna promossa dall’unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti a favore della pillola abortiva (RU486). A seguito di ciò i suoi social sono stati sommersi da apprezzamento e supporto ma anche da altrettanti insulti. 
Noi di BorderLain abbiamo deciso di intervistarla (a distanza) per parlare della sua esperienza e della narrazione che ancora oggi si fa dell’aborto 

Partiamo dall’inizio: a dicembre pro vita e famiglia affigge dei manifesti in cui paragona la pillola abortiva a veleno. Da qui nasce poi il tuo post e la testimonianza per UAAR: cosa hai pensato vendendo quei manifesti di disinformazione e cosa ti ha spinto a metterti in gioco tu per prima con la tua testimonianza? 

In tutta onesta, già nel momento in cui mi sono sottoposta all’IVG avevo deciso che ne avrei parlato pubblicamente. Fin da subito infatti mi è sembrato necessario a causa del forte stigma, attorno all’aborto, che pervade la nostra società.  

Non è stata però tanto la vergognosa campagna degli anti scelta a spingermi a farlo quanto piuttosto la risposta che l’amministrazione della mia città ha dato a questa campagna.  
La giunta Bucci infatti l’ha difesa in nome di una fantomatica libertà di espressione che non sussiste nel momento in cui si fa, consapevolmente, disinformazione sul servizio sanitario pubblico.  
La posizione della giunta dunque era un ulteriore attacco al diritto all’autodeterminazione di ogni donna e ciò mi ha fatto capire che non potevo aspettare oltre: era il momento giusto.  

Quando poi UAAR mi ha contatta per essere testimonial della sua campagna è stato automatico accettare. Ero consapevole dei rischi a cui stavo andando incontro ma al contempo sapevo che la mia era una posizione privilegiata. Infatti io non mi sono mai scontrata con l’obiezione di coscienza, ero preparata sul tema, avevo un’ampia rete di affetti a sostenermi e soprattutto non ho subito ritorsioni al lavoro. C’erano dunque tutti gli elementi necessari per permettermi di affrontare quanto più serenamente possibile questa campagna.

La presenza di un forte stigma che ricade sull’aborto e su chi ha abortito è innegabile in Italia: in che modo oggi, secondo te, si manifesta e quali sono le possibili conseguenze? 

Purtroppo ancora oggi l’Italia è un paese dove è già rivoluzionario dire di aver abortito. A più di  quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194, chi sceglie di ricorrere all’IVG spesso si deve confrontare con chi è pronto a farti provare vergogna e a importi una narrazione dolorosa dell’aborto. Arrivano anche a farti sentire una “fallita” perché, a loro dire, l’esistenza delle precauzioni, ad oggi, è sufficiente per prevenire la necessità di ricorrere all’aborto sempre, da loro, descritto come un profondo trauma.  
La realtà però è diversa.  

Per capire questo basti pensare che l’Italia è, ad oggi, uno dei pochi paesi in Europa che non prevede l’educazione sessuale obbligatoria all’interno delle scuole ma la lascia a discrezione dell’istituto con esiti fallimentari. Spesso infatti non viene neppure fatta o viene ridotta ad un elenco delle malattie sessualmente trasmissibili e dei principali metodi di contraccezione. Questa però è un’educazione sessuale antiquata e che non aiuta a capire il proprio corpo, né tanto meno ad ascoltarlo o a goderne consapevolmente. Non si parla mai, ad esempio, di consenso mentre una buona educazione alla sessualità non dovrebbe mai scindere da un’educazione all’affettività.  

Il nostro paese invece non è in grado di garantire ciò, né dunque di creare consapevolezza e questa facilità l’affermarsi di una narrazione sbagliata circa un diritto quale è l’aborto. 

Io sono stata fortunata perché ho saputo informarmi attraverso i social che mi hanno permesso di conoscere, ancor prima della gravidanza indesiderata, la meravigliosa comunità social “IVG: ho abortito e sto benissimo” che mi ha permesso poi di essere pienamente consapevole circa le mie scelte.”

A proporre/imporre una narrazione dolorosa dell’aborto spesso sono i movimenti “pro vita” che tu però non chiami mai così, preferendo indicarli come “gli anti scelta”. Ti va di spiegarci il perché? 

“I movimenti che si autodefiniscono “pro vita” hanno, a mio parere, adottato una delle strategie di marketing tra le più geniali dell’umanità. Hanno nascosto dietro la definizione “pro vita” tutte le pericolose implicazioni del loro movimento. Oltre infatti ad essere contro il diritto all’autodeterminazione dell’individuo (sono contro all’aborto e anche al testamento biologico), sono spesso razzisti, omofobi e in generale contro tutto ciò che non rientra all’interno di ciò che per loro  è a “norma” (un concetto che dobbiamo sradicare qui in Italia).

Io sarò sempre dalla parte opposta. Quella di chi è realmente a favore: a favore dell’autodeterminazione, dell’inclusione e della felicità di ogni individuo.  
Loro non sono molti ma possono essere estremamente pericolosi nel momento in cui sfruttano l’arma della disinformazione, per questo rispondere è importante.”

E secondo te è possibile parlare, in relazione ai movimenti anti scelta, di una visione morale che tentano di imporre alla realtà senza però considerare le situazioni di dolore che ci possiamo trovare a vivere?  

La mia opinione è che nella loro comunicazione manchi totalmente il fattore dell’empatia. Sembrano totalmente incapaci di sospendere il loro giudizio e di mettersi nei panni dell’altro: loro possiedono la verità assoluta e la visione corretta del mondo e delle cose senza mettersi in discussione.

A ciò si aggiunge un’evidente ignoranza, da parte di alcuni di loro, su alcuni temi. Dovremmo poi chiederci se tale ignoranza è reale o solo millantata. Ad esempio, in riferimento alla mia campagna, un medico chirurgo, esponente del partito di Adinolfi, ha fatto delle dichiarazioni aberranti confondendo la pillola del giorno dopo con la pillola abortiva. Dubito che una persona laureata in medicina possa far confusione tra questi due farmaci. A mio parere c’è della malafede.  
Sono movimenti che vogliono imporre una visione univoca e medievale delle realtà mentre, d’altra parte, c’è chi, continuando a mettersi in discussione, cerca di chiedere diritti per tutti e tutte. “

A tal proposito, tu nell’ultimo mese sei stata soggetta a una vera e propria shitstorm: ce ne vuoi parlare? 

“Personalmente non amo parlarne. Questo non perché mi faccia star male: penso di star reagendo abbastanza bene all’attacco che ho subito. Tuttavia, parlandone, mi sembra di dar loro troppa rilevanza. Non vanno ignorati ma neppure bisogna concertarsi su di loro. Piuttosto preferisco guardare all’incondizionato supporto e condivisione che sto ricevendo quotidianamente: mi arrivano da tutta Italia messaggi di speranza e racconti di vita vissuta. Io preferisco pensare a questo piuttosto che agli insulti di chi vive per denigrare e controllare gli altri. Il loro errore sarà sempre quello di mancare d’empatia, quella empatia che, a mio parere, può salvarci.  
Solo quando, infatti, saremo in grado immedesimarci negli altri sarà possibile decostruire quella rete di pregiudizi che ancora soffoca.”

L’Uaar lancia “Aborto farmacologico. Una conquista da difendere”: sempre dalla parte dell’autodeterminazione delle…

Pubblicato da UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti su Lunedì 15 febbraio 2021

 

Se l’empatia ci può salvare, allora è anche possibile costruire una narrazione sull’aborto diversa da quella proposta fino a d’ora?  

“Non solo è possibile ma è urgente e necessario. Alcune realtà già ci stanno già provando. Ho citato prima il collettivo “IVG: ho abortito è sto benissimo”: loro non soltanto offrono una rete di supporto e informazione. Ma hanno creato una rubrica in cui chi ha avuto un’esperienza positiva con IVG può condividerla e sono sempre di più.  
Un altro tentativo in questa direzione è stato fatto poi da “Wired” attraverso un breve articolo della bioeticista Chiara Lalli.  
Narrazioni differenti dunque sono già alla portata di tutti e ora finalmente trovano spazio all’interno di campagne nazionali. La direzione quindi è quella giusta, ora non ci resta che accelerare.”

Come si può fare? 

“In generale il modo migliore per vedere un cambiamento nei problemi che riguardano l’accesso ai diritti, è lavorare su di sé al fine di educarsi e consapevolizzarsi, soprattutto attraverso lo studio.  
Troppo spesso infatti ci avviciniamo ad alcuni temi (come aborto, femminismo, identità di genere) senza avere le competenze per poterlo fare. Il confronto si basa sempre sulla presenza di un minimo di competenza da entrambe le parti, altrimenti non è un confronto ma uno sterile tentativo di convertire l’altro al nostro pensiero.  
In definitiva quindi ciò che può fare ognuno di noi è mettersi all’ascolto di chi dimostra di saperne di più, prendendo queste occasioni come possibilità per migliorarsi.”

Intervista a cura di:
Miriam Ballerini
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