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Società

La negata estradizione di Assange non è la vittoria della libertà di stampa

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Lunedì 4 gennaio la giudice del tribunale penale di Londra Vanessa Baraitser ha respinto l’istanza di estradizione negli Stati Uniti del giornalista e fondatore di Wikileaks Julian Assange, dove è imputato di ben 18 capi d’accusa tra cui congiura, attacchi informatici e spionaggio per cui rischierebbe 175 anni di reclusione.

Assange è stato arrestato l’11 aprile 2019 presso l’ambasciata Ecuadoriana a Londra dove aveva chiesto asilo politico e trascorso 7 anni. Si trova ora nel carcere di massima sicurezza Belmarsh in Inghilterra.

No all’estradizione

I motivi che hanno portato alla decisione del tribunale si basano per lo più sulla tutela dei diritti umani di Assange, più che sulla rivendicazione della libertà di stampa. Gli anni in carcere hanno aggravato la sua salute fisica e mentale ed è questo che sembra aver indotto la giudice Baraitser a respingere l’estradizione. Il fondatore di Wikileaks soffre di una grave depressione che potrebbero indurlo al suicidio. Baraitser ha definito le condizioni nei centri di detenzione americani in cui Assange si troverebbe nel caso di estradizione come incompatibili con il suo attuale stato di salute.

Questo è l’unico punto della difesa accettato da Baraitser, mentre ha negato il riferimento alla libertà di espressione come motivazione delle azioni di Assange. A detta di Baraitser, i suoi crimini vanno ben oltre tale protezione. Ciò nonostante, molti hanno interpretato la decisione del tribunale come un passo decisivo verso la liberazione del giornalista e la rivendicazione di tale libertà.

Ma il governo americano non ha intenzione di cedere: il portavoce del dipartimento di giustizia ha infatti affermato che gli USA intendono fare ricorso in appello e proseguire con la richiesta di estradizione.

Amato…

Un dibattito contorto quello che vedo coinvolta la figura di Julian Assange, a suo modo altrettanto contorta.

Julian Assange è inscindibile dalla sua “creatura” Wikileaks. L’organizzazione nasce con lo scopo di opporsi alla segretezza del governo americano e fare luce sul suo illecito operato. E in questo Wikileaks è riuscita: dai documenti su Guantanamo agli Iraq War Logs – in particolare l’infimo video Collateral Murder in cui militari americani sparano su civili iracheni disarmati senza pietà – e gli Afghanistan War Logs. Ma ciò che destò particolare scalpore nell’opinione pubblica fu il “cablegate” nel 2010, in cui Wikileaks trapelò rapporti ufficiali del governo e la diplomazia americana nel mondo.

In questa prima fase, Wikileaks esasperava l’uso di internet per diffondere informazioni che altrimenti sarebbero rimaste nell’ombra. Ed è in questo fronte che Assange è stato dipinto come paladino della libertà d’espressione e di stampa.

…Odiato

Ma non tutti la pensano così, gli Stati Uniti in primis che lo considerano un nemico di stato e pericolo per la sicurezza nazionale. Anche ad altri “whistleblowers”, come Edward Snowden, è stata appiccicata la stessa definizione.

Ma se non altro la figura di Assange si è macchiata nel tempo di molte controversie che hanno sgretolato la sua reputazione di paladino.

Nel 2016 nel pieno delle elezioni presidenziali Clinton vs Trump, Wikileaks ha reso pubbliche migliaia di email rubate al Comitato Nazionale Democratico e a Podesta, l’allora presidente della campagna elettorale della Clinton. Queste email hanno inasprito la percezione della Clinton nell’opinione pubblica e probabilmente le hanno costato la presidenza.

La reputazione di Wikileaks e del suo fondatore ha qui cominciato ad incrinarsi. Wikileaks ha reso pubbliche migliaia di emails senza discrezione, alcune sprovviste di interesse pubblico. Inoltre, si ipotizzava una coalizione di Assange con hacker russi i quali avrebbero fornito le informazioni a Wikileaks e in questo modo intereferito nelle elezioni.

Lotta per la trasparenza

In quel momento Assange si è messo quasi tutto il governo americano contro, il quale tutto può e tutto fa per annientare chi gli mette i sassolini nella scarpa. Nell’ottica statunitense (ma non solo), ci sono alcune cose che il pubblico non può e non deve sapere. Assange e Wikileaks non ci stavano. Le controversie, i processi, i dibattiti non possono oscurare ciò che Wikileaks ha simboleggiato, specialmente nella sua prima fase: lotta per la trasparenza. E nonostante l’estradizione respinta le premesse ci fanno pensare che la rivendicazione di tale valore avverrà difficilmente in un’aula di tribunale.

Chiara Cogliati
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Chiara Cogliati
Da un anno vive a Venezia dove studia, ogni tanto si rintana leggendo e ogni tanto pensando, anzi spesso, serve per fare tutto il resto. Le piace ascoltare, le riesce meglio che parlare, ma per fortuna sa anche scrivere, un pochino, e allora quello che vorrebbe dire a parole lo scrive, così si diverte.