Società

“Apologia della mafia” e altre misure di cui avremmo voluto non avere bisogno

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Già ai tempi del pool antimafia Falcone e Borsellino avevano intuito che la vera lotta alla criminalità organizzata si sarebbe combattuta sul terreno culturale.

I magistrati siciliani auspicavano che il loro sacrificio sarebbe valso a innescare in Italia la volontà di creare una cultura anti-mafiosa che potesse sconfiggere la criminalità organizzata sul piano sociale, prima che giudiziario. Eppure recenti riprove mostrano chiaramente come, quanto fatto, lungi dall’essere sufficiente, potrebbe essersi rivelato addirittura controproducente.

Ma procediamo con ordine.

I fatti

La scorsa settimana la deputata Stefania Ascari (M5S), componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, ha presentato una proposta di legge per modificare l’articolo 414 del codice penale e introdurre l’aggravante di “Apologia della (o Istigazione alla) mafia“.

Le preoccupazioni che spingono alla proposta di un simile intervento si basano sull’evidenza che “sempre più spesso  alcuni cantautori si fanno autori e interpreti di canzoni i cui contenuti inneggiano ai vari esponenti della malavita e della criminalità organizzata, tanto da indurre alcuni soggetti istituzionali e sociali a presentare esposti alla magistratura per chiedere di accertare eventuali fattispecie di reato, tra cui l’istigazione a delinquere”; così si legge nella relazione di accompagnamento alla proposta.

A preoccupare, però, non è solo l’aspetto “artistico“, nonostante alcune testate abbiano presentato la proposta normativa come una semplice offensiva contro il cantautorato neomelodico.

Processioni che deviano dal loro percorso per omaggiare i mafiosi di zona; funerali in stile “Il Padrino; commistione con la tifoseria organizzata. Diverse sono le manifestazioni aberranti andate in scena negli ultimi anni che hanno portato gli esperti a ritenere le consorterie criminali di stampo mafioso  disposte a ingenti investimenti pur di acquisire sempre maggiore consenso sociale.

Lo sciacallaggio mafioso

A ben vedere, dunque, proprio perché sapientemente finanziati dalla criminalità organizzata, non si può considerare la veicolazione di tali messaggi come semplice “rappresentazione artistica“. La libertà d’espressione riconosciuta dal nostro ordinamento non può contemplare attacchi così male celati alle istituzioni e allo stesso Stato di diritto.

Situazione ancor più preoccupante considerate le criticità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione.

Istigazione a mezzo Social

“Ciò che maggiormente allarma” – si legge sempre nella relazione d’accompagnamento – “è che sui social network questi sedicenti artisti abbiano un enorme seguito da parte di migliaia di persone e che influenzino con i loro messaggi devianti gran parte dell’opinione pubblica”.

E ancora: “da qui la necessità che anche i social network debbano intervenire per censurare tali contenuti che istigano alla violenza e all’odio sociale. Pur di raccogliere migliaia di like inconsapevoli, questi sedicenti cantanti non esitano a fare leva su malsani stereotipi che raffigurano come veri patrioti i latitanti mafiosi e come nemici del popolo lo Stato e i suoi servitori, fino ad esaltare come gesta eroiche le stragi di Capaci e di Via d’Amelio“. Segnali inequivocabili di una situazione disastrosa, che continua a degenerare.

Queste ragioni hanno portato molti esperti a ritenere urgente, oltre che necessaria, l’ideazione di correttivi come la Pdl presentata. Un simile intervento, infatti, oltre che aggravare le sanzioni nei casi di Istigazione a delinquere, consentirebbe – o meglio imporrebbe, considerata la naturale propensione degli algoritmi ai messaggi devianti alle piattaforme Social di censurare o comunque contrastare il fenomeno, proprio in virtù di una specifica figura di reato.

Altre misure altrettanto importanti

Sullo stesso fronte e a distanza di poche ore, poi, è intervenuta un’altra notizia importante a completare il quadro.

La Direzione Investigativa Antimafia e Libera, infatti, hanno siglato un protocollo d’intesa e di collaborazione.  L’obiettivo dichiarato è quello di instillare nelle nuove generazioni il seme di quella cultura della legalità della quale ha esasperato bisogno la nostra società. Come? Ovviamente per mezzo di attività culturali e di sensibilizzazione da inserire  nei percorsi scolastici e accademici, unitamente a iniziative extrascolastiche, dibattiti, mostre ed eventi.

Analogamente a quanto rilevato per il DDL Zan, infatti, risulterebbe oltremodo errata – e forse addirittura controproducente – la convinzione che il solo ricorso al diritto penale possa bastare a colmare le enormi lacune di carattere sociale ancora presenti nella nostra comunità; ad abbattere quegli stereotipi culturali devianti che non ancora siamo riusciti a sradicare in oltre settant’anni di storia repubblicana.

I vertici di Libera si sarebbero impegnati, inoltre,  a segnalare alle autorità tutte le situazioni di criticità fronteggiate quotidianamente dalla rete di volontari, per facilitare l’attività investigativa.

Amara consapevolezza

Risulta all’evidenza, dunque, come il sogno di Falcone e Borsellino sia rimasto, ad oggi, irrealizzato.
Si direbbe non ancora maturata nella coscienza collettiva una reale volontà di debellare definitivamente il più grande cancro che affligge il nostro Paese e ne impedisce un pieno sviluppo sociale, ma anche economico; una reale volontà di perseguire l’uguaglianza e condannare le ingiustizie.

Resterebbe da chiedersi, tuttavia, se una così diffusa acquiescenza del fenomeno mafioso sia da imputare esclusivamente alla propaganda degli affiliati e al loro potere intimidatorio oppure se la società civile – che avrebbe dovuto rappresentare l’antagonista naturale della criminalità organizzata – abbia favorito, più o meno consapevolmente, una narrazione propedeutica alla strategia mafiosa.

Sembra impressionante, infatti, come alla difficoltà di affermarsi di una solida cultura anti-mafiosa sia corrisposta una crescente spettacolarizzazione della criminalità.  Negli anni abbiamo assistito a una vera e propria escalation nella commercializzazione di personaggi e storie di mafia. E lo stile narrativo ha, forse, tradito i propri intenti.

Show must go on

Apologia della mafia

Partendo da “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, passando per i film e le serie di “Romanzo Criminale” e “Gomorra“, fino ad arrivare al più recente “Narcos“, la costante è una linea narrativa che si impegna a descrivere la vita criminale come un’epopea e i mafiosi alla stregua di eroi romantici, disposti alla morte pur di non rinunciare al proprio orgoglio.
Una narrazione che li ha elevati fino a renderli icone pop, con tanto di pubblicità e merchandising.

Il caso italiano, poi, è quanto mai emblematico. Due opere come “Romanzo criminale” e “Gomorra” – a firma, rispettivamente, di un magistrato e un collaboratore di giustizia – nate con il chiaro intento di divulgare le nefandezze di consorterie criminali efferate e sanguinarie, hanno finito, nelle loro trasposizioni cinematografiche, per esaltare quelle stesse associazioni criminose, quasi consacrandole a una sorta di epica criminale.

Successi a livello cinematografico i cui “effetti” nella popolazione, però, hanno messo in scena uno spettacolo indecoroso.

Modelli mafiosi prêt-à-porter

Pur volendo ammettere (e non concedere) i migliori intenti, non si può  negare come questo prepotente ingresso nella pop culture abbia finito per agevolare le mafie nella spasmodica ricerca di legittimazione sociale.

Questa immagine distorta di associazioni di personaggi indomiti e ribelli, in conflitto con uno Stato corrotto,  potrebbe aver contribuito (e non poco) a screditare il ruolo delle istituzioni; potrebbe avere innescato una retorica che, pure in tempi di pandemia, non ha esitato a mostrare la sua attitudine ad essere asservita a logiche criminali.

Medesima retorica –  non è difficile immaginarlo – a disposizione di qualunque mafiosetto di zona; interi modelli comportamentali da sfruttare per accaparrarsi l’accettazione dei consociati.

Apologia della mafia

Il quadro, in definitiva, è quello di una società non ancora pronta.
Una società non ancora matura a distinguere la fiction cinematografica dalla realtà. Una società non ancora in grado di affrontare seriamente una problematica così radicata, articolata e spaventosa; e forse addirittura a ciò meno attrezzata di quanto lo fosse in passato. Le mafie si sono evolute fino a permeare tutte le stratificazioni del potere; nel mentre una fetta enorme della popolazione continua  ad ignorare (o finge) la reale portata della cancrena. Qualsiasi tentativo di informare, sensibilizzare e innestare la consapevolezza di una situazione così degenerata, di conseguenza, è vitale.

Nel momento in cui si progetta una grande ripresa, non possiamo permetterci di garantire un posto all’esaltazione del pensiero mafioso nell’Italia del futuro.
Perché se nemmeno il vilipendio, a quasi 30 anni dalle Stragi di Capaci e via D’Amelio, di figure come quella di Falcone e Borsellino fosse in grado di scuoterci, il silenzio della nostra vigliaccheria rassomiglierebbe a una resa incondizionata.

Enzo Panizio

 

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Enzo Panizio
Vive a Bologna, dove si è laureato in Giurisprudenza con tesi su privacy e data protection. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura creativa, ha iniziato con le rime appena in grado di leggere. Gli piacciono l’arte in tutte le sue forme, le tematiche sociali, lo sport e l’odore della carta stampata. Per questo, nel tempo libero, non ha tempo libero.