Lo sciacallaggio mafioso
Società

Lo sciacallaggio mafioso (e non solo) che brama disgrazie

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Nella relazione periodica della DIA al Parlamento, relativa al II semestre del 2019, figura un capitolo dedicato al coronavirus. L’Antimafia e Lamorgese avvertono: la contrazione economica dovuta all’emergenza ” può aprire alle mafie prospettive di espansione e arricchimento paragonabili ai ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post-bellico”.

In questo momento storico, lo sappiamo, la liquidità di denaro ha raggiunto carattere di urgenza. Il fatto che le mafie ne dispongano in quantità a dir poco ingenti, bisognose peraltro di essere riciclate, nutre i più che fondati sospetti degli esperti.

“Sarà fortemente auspicabile perciò, l’adozione di una strategia di prevenzione antimafia adattativa. Una strategia che sia in grado di fronteggiare quella mafiosa, ancorata da sempre ad un suo vecchio adagio: incudine nel tempo dell’attesa e martello in quello dell’azione”, spiega la DIA, chiedendo che vengano concessi alle prefetture margini di manovra più ampi, per adattare le contro-strategie.

Dati poco equivocabili

La relazione offre diversi spunti e dati che meritano attenzione. In primis, come si diceva, la mancanza di liquidità sarà grande opportunità di usura; tante le attività commerciali assai a rischio, oltre a quelle che vorranno liberamente servirsi dei soldi della criminalità per sbaragliare le concorrenti in difficoltà.

Non mancano, poi, dati più prevedibili seppur ugualmente preoccupanti. Ad esempio, gli esperti confermano quanto controproducente sia, nella lotta alla criminalità organizzata, destinare ai capi-mafia, per qualsivoglia motivo, misure alternative alla detenzione carceraria. O ancora, il fatto che a causa della semplificazione delle procedure di affidamento, dettata dall’emergenza, potrà provocare ulteriore infiltrazione mafiosa nella sanità, soprattutto, ma anche in altri comparti amministrativi; semmai vi siate chiesti il perché, in Italia, di tanta burocrazia.

Ma un altro è il dato più significativo. Ad oggi, dice l’Antimafia, in Italia, sono 51 gli enti locali, tra consigli comunali e aziende sanitarie, sciolti per infiltrazioni mafiose. Mai così tanti da quando, nel 1991, è stato introdotto l’istituto.  Segno inequivocabile di commistione, ben più pronunciata di quanto credessimo, tra certa politica e criminalità organizzata.

Melting pot

Che novità, direte voi. Il dato, però, è più tragico di quanto si possa pensare.

In Italia si parla sempre di politica come se questa ci fosse piombata dal cielo come una disgrazia, una punizione divina, una piaga biblica. A dire il vero, soprattutto in una democrazia, essa altro non è che “l’imago” (per usare un termine di foscoliana memoria)  della stratificazione sociale del Paese. In fondo, i cialtroni vanno eletti. Siano essi i Razzi di turno oppure esponenti di cosche mafiose o loro simpatizzanti, c’è qualcuno che li candida e qualcuno che li vota. Quel qualcuno è la società civile.

Interi strati sociali sono così assuefatti alla presenza mafiosa, tutt’altro che discreta, da ritenerla fenomeno quotidiano, normale e, talvolta, anche giusto. Che sia ignoranza o malafede poco importa, è una questione culturale, di educazione civica. La forza delle associazioni mafiose, questo è sempre stato chiaro agli studiosi del campo, risiede nella cosiddetta “zona grigia“. Questa altro non è che il punto di raccordo tra la società civile e le sue istituzioni (statali, ecclesiastiche, politiche, economiche) alla criminalità organizzata in senso stretto; ovvero gli affiliati, i “punzuti“, per intenderci. Questo limbo è composto da individui di tutte le estrazioni sociali (anche professionisti) che per opportunismo o viltà decidono di intrattenere rapporti con la mafia; altra parte è costretta alla collaborazione dai metodi coercitivi e intimidatori tipici del malaffare.

La vera forza intimidatoria della criminalità organizzata, dunque, risiede in quella parte della società che alla mafia presta il proprio consenso, sia pure tacitamente.

(R)accordi politici

Tradotta in termini politici, la zona grigia, altro non è che la pratica (più diffusa di quanto si voglia ammettere) del “voto di scambio”, accettata e sfruttata in lungo e in largo nella Penisola. A Nord si barattano pacchetti di voti imponenti con altrettanto imponenti giri di affari; a Sud spesso il fenomeno (così come il controllo del territorio) è più capillare e minuzioso. Non è un caso che tutti i 51 enti locali di cui parliamo siano nel meridione e, più precisamente, 25 in Calabria, 12 in Sicilia, 8 in Puglia, 5 in Campania e uno in Basilicata.

La DIA ritiene, a ragion veduta, che, data la crisi sanitaria ed economica, la situazione potrà solo peggiorare esponenzialmente. Ma come?

“Le organizzazioni mafiose tenderanno a consolidare sul territorio, specie nelle aree del Sud, il proprio consenso sociale, attraverso forme di assistenzialismo da capitalizzare nelle future competizioni elettorali. Un supporto che passerà anche attraverso l’elargizione di prestiti di denaro a titolari di attività commerciali di piccole-medie dimensioni, ossia a quel reticolo sociale e commerciale su cui si regge l’economia di molti centri urbani, con la prospettiva di fagocitare le imprese più deboli, facendole diventare strumento per riciclare e reimpiegare capitali illeciti”; così recita la relazione dell’Antimafia.

Insomma, la struttura mafiosa è bramosa di disgrazie, di catastrofi da sfruttare per insediarsi nelle istituzioni (o presentarsi come tale alla società) per poi distruggerne e mangiarne la sostanza dall’interno; come un cancro che, infine, lascia solo morte e devastazione. Ma quale politica lo permette, chi accondiscende a tali logiche?

Ci dev’essere qualcuno che apre alcune porte alle “persone giuste”. Perché, anche se non sembrerebbe, sempre di persone si tratta.

“Que sera, sera”

Quali siano i partiti sospettati di essere in rapporti con l’associazionismo di stampo mafioso, più o meno da sempre, lo sappiamo bene. Sono fatti storici. Non sono mancate, infatti, durante il corso della storia repubblicana, le presenze illustri in altrettanto illustri aule di Tribunale. A mancare, più che altro, sono state le condanne; ma questa è un’altra storia.

Ad ogni modo, eventuali responsabilità penali dell’attuale classe politica verranno alla luce col passare del tempo. I terremoti in stile tangentopoli, qui, non si verificano più. Si possono sottrarre milioni di euro pubblici e comunque prendere una scarsa maggioranza di voti, o anche finanziare ed essere finanziati da dittature spregiudicate e sanguinarie senza destare nel proprio elettorato il minimo sospetto. L’opinione pubblica sonnecchia, non capisce o, peggio, fa finta.

D’altronde, anche quando qualche condanna ai politici per associazione a delinquere di stampo mafioso arriva, per analogia non si può tacciare l’intero partito, che ne esce indenne anche senza biasimare l’operato dei propri rappresentanti condannati.
Quello che si può fare, però, senza incorrere in comportamenti rimproverabili penalmente, è analizzare il modus operandi delle fazioni politiche e trarre le proprie conclusioni.

“Eppur si muove…”

Si immagini, ad esempio, che a Palermo, in un pomeriggio di mezza estate, cada il corrispettivo di pioggia che abitualmente scende in un anno. Immaginiamo, poi, che ciò causi un’alluvione nella quale si perdono delle vite umane. Si immagini, a questo punto, che il designato leader della destra (fazione che ha storicamente governato, in combutta col malaffare, la terra siciliana) cerchi di sfruttare la disgrazia per riprendersi qualche consenso, quando che ancora non si ha nemmeno contezza del numero dei caduti; e che lo faccia sostenendo che non lo spregevole sfruttamento mafioso sia causa dell’inefficienza strutturale delle opere pubbliche siciliane, bensì la presunta ossessione del sindaco nella salvaguardia dei migranti. Come lo definireste?

Alla luce del fatto, poi, che non solo si cerca di lucrare su una disgrazia (“guarda mamma, proprio come la mafia!”) ma che questo faccia proprio al caso della criminalità, che vuole continuare a trafficare senza nessun riflettore puntato.
Ecco, dicevo, in questo caso assurdo, come definireste una simile strategia? E con questa imago verticistica, cosa vi aspettereste di trovare scavando alla base?

Enzo Panizio
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Enzo Panizio
Vive a Bologna, dove si è laureato in Giurisprudenza con tesi su privacy e data protection. Da sempre appassionato di letteratura e scrittura creativa, ha iniziato con le rime appena in grado di leggere. Gli piacciono l’arte in tutte le sue forme, le tematiche sociali, lo sport e l’odore della carta stampata. Per questo, nel tempo libero, non ha tempo libero.