Violenza contro le donne
Società

25 novembre: la violenza contro le donne è un problema maschile

Tempo di lettura: 3 minuti

Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e, soprattutto, in questa giornata è importante ricordare che si parla di violenza di genere, perché si tratta di violenze perpetrate nei confronti delle donne in quanto tali. La “colpa” è quella di essere nate femmine in un mondo maschilista e in una società patriarcale.

Le facce della violenza

La violenza contro le donne può essere di diversi tipi:

  • psicologica;
  • sessuale;
  • fisica;
  • economica;

È come una sorta di piramide, dove lo stupro e il femminicidio sono la punta dell’iceberg, ma sotto ci sono altri elementi che contribuiscono ad alimentare questa cultura: discriminazione di genere, stereotipi, linguaggio sessista, molestie verbali e fisiche, trattare la donna come un oggetto. Atteggiamenti che sono spesso normalizzati tanto da passare inosservati.

Andare alla radice

I centri antiviolenza sono una grandissima risorsa ma, oltre che curare le ferite, è necessario andare  alla radice. La violenza  è una questione sociale, culturale ed educativa:

  • sociale, perché riguarda l’intera società e non è, in realtà, una questione privata e famigliare; non è solo la violenza domestica, ma anche le mutilazioni genitali femminili, l’aborto selettivo, la pedofilia, le vittime di tratta, prostituzione e schiavitù;
  • culturale, in quanto la struttura patriarcale normalizza e legittima queste violenze;
  • educativa, perché gli stereotipi di genere e la cultura dello stupro si trasmettono anche attraverso l’educazione in famiglia e a scuola.

Andare quindi alla radice è necessario per poter cambiare quella cultura patriarcale che pone l’uomo in posizione superiore rispetto alla donna e che normalizza l’uomo violento ed i suoi gesti.

È un problema prima di tutto maschile

La violenza di genere è prima di tutto un problema maschile, dato che la maggior parte degli autori sono uomini.
Quando se ne parla, però, l’attenzione si porta su coloro che subiscono questa violenza: le donne.

Sono loro che devono agire, riconoscere i segnali o chiedere aiuto. Non si dice agli uomini di rivolgersi a qualcuno o di occuparsi di questa rabbia e non viene fatto perché gli stereotipi di genere legittimano questi comportamenti maschili. Quando il maschile viene nominato, invece, si giustifica l’atto violento come causa “dell’amore”, della “pazzia” o “dell’esasperazione”.
Non si tratta però di raptus, follia o gelosia come descrivono la maggior parte dei media. È un’esplosione di un ciclo, il ciclo della violenza, ben consolidato.

La violenza contro le donne non viene mostrata per quello che è, ovvero “non atto irrazionale ma espressione esacerbata della norma patriarcale; non patologia, ma comportamento ben radicato in noi e nella nostra cultura. Mettere il maschile al centro richiede, come primo gesto, quello basilare di nominare gli uomini ogni volta che si usa l’espressione “violenza contro le donne”. […] L’occultamento simbolico dell’autore della violenza è dimostrazione del potere maschile (Sveva Magaraggia).

Nominare, quindi, il maschile quando si parla di violenza contro le donne è un modo per rivolgersi agli autori stessi, costruire pratiche di prevenzione indirizzate anche a loro, de-costruire l’immagine dell’uomo che perde il raziocinio e abbattere quegli stereotipi maschili che rinforzano la figura del “maschio alfa”.
Come ad esempio il progetto NoiNo che si occupa di prevenzione rivolta ai giovani, soprattutto includendo e parlando ai maschi.

Cosa accade: alcuni dati

L’Istat ha pubblicato i dati dell’indagine svolta nel 2017 insieme al Dipartimento per le Pari Opportunità, il CNR e le Regioni, su 281 Centri Antiviolenza. L’analisi ci dice che in quell’anno si sono rivolte ai CAV 43.467 donne. Il 67,2% ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza e tra queste, il 63,7% ha figli.

La rete D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), la più grande organizzazione nazionale che si occupa di violenza di genere, ha commentato questi dati sottolineando l’emergenza critica che hanno da sempre sostenuto. I centri antiviolenza sono pochi, con alcuni territori completamente scoperti e con risorse minime.

La presidente, Lella Palladino, sostiene che “bisognerebbe partire per strutturare una risposta nazionale come chiede la Convenzione di Istanbul”.

E noi non possiamo che essere d’accordo con lei.

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Articolo a cura di:

Sara Najjar

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Sara Najjar
Nata nel 1996 a Bologna e cresciuta nell'hinterland modenese, è ritornata nella sua città natale da pendolare dove ha studiato prima Educatore sociale e culturale e poi Pedagogia. Si circonda di gatti fin da quando è piccola e, tra le tante cose, si ciba di musica (principalmente indie), serie tv, libri e scrittura.