Cucchi
Società

Undici anni senza Stefano Cucchi. Il tempo di tante consapevolezze

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Nella vita ci sono storie che ti danno la scossa.

Ricordo perfettamente il momento esatto in cui ho conosciuto Stefano Cucchi. Era una mattina di fine Ottobre. Ero seduto in auto diretto in ospedale per una visita. Lo speaker del radio giornale annuncia la notizia della morte di un uomo all’ospedale Pertini di Roma. Se ci ripenso vedo ancora il punto esatto in cui mi trovavo quando sentii la notizia.
Ero un ragazzo di quindici anni che stava muovendo i suoi primi passi in quel mondo che oggi provo a raccontare. Di diritto capivo poco. Eppure ricordo che mi girai verso il lato del guidatore e spontaneamente dissi: “questa sarà storia”. Credo che in quel momento esatto si concretizzò quel filo inspiegabile che mi lega a Stefano Cucchi.

La sensazione provata quella mattina la ritrovai la sera a cena. Il telegiornale dava la stessa notizia. Ma comparve quella sorella distrutta dal dolore che affermava come il corpo di Stefano Cucchi fosse irriconoscibile. La somma di quei due momenti mi spinse a mettermi sulla tastiera dalla quale uscì uno dei primi pensieri di una lunga serie.
Non mi ha mai appassionato la cronaca nera, ma il caso di Stefano Cucchi non lo è. È politica. È qualcosa che riguarda tutti. Un uomo che muore mentre si trova nelle mani dello Stato è un fatto pubblico. Così mi immersi in quel caso complicatissimo.

Ricordo quando vidi le immagini del corpo mostrate da Ilaria Cucchi. Immagini che cozzavano con le perizie che spiegavano la morte di Stefano con un attacco di epilessia. Da cittadino mi appariva assurdo come una perizia valesse di più delle immagini di un corpo martoriato. Ricordo quando si dichiarò che Stefano era morto perché caduto dalle scale. Ricordo quando si disse che era morto di fame e di sete.

Gli anni passavano, le assoluzione si susseguirono. Ricordo la paura nel raccontare un caso con mille sfaccettature, mille sentimenti da non violare. Ogni parola scritta era misurata con la consapevolezza di un ignoranza giuridica. Facevo ancora il liceo mentre ascoltavo le parole di Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo. Ero consapevole di non conoscere nulla di quegli aspetti nonostante il desiderio di contribuire al grido di giustizia che nel frattempo stava aumentando nella società. 

Il caso di Stefano riguardava anche me perché nelle mani dello Stato ci potrei finire anch’io. Pretendere giustizia riguardava anche me nonostante vivessi a cinquecento chilometri di distanza da Roma e non sapessi neanche chi fosse la famiglia Cucchi.
I Cucchi però possiamo essere tutti. È questo aspetto che dovrebbe essere sempre ricordato.. Viviamo all’interno di uno Stato che possiamo incontrare. E se dovesse succedere vorremmo essere trattati da esseri umani.

Proprio l’esatto opposto di come è stato trattato Stefano. Non degnato nemmeno dello sguardo del giudice nell’udienza di convalida dell’arresto. Vittima di un sistema inerziale che si preoccupa soltanto che le carte siano a posto. È questo che da cittadino mi preoccupa. Il fatto che agli ultimi sia riservato un trattamento diverso. A fianco a questo c’è la rabbia e il fastidio per l’inaccettabile violenza messa in atto da chi ha il compito di difenderci dai soprusi. Una gravissima macchia su una divisa che rappresenta tutti i cittadini.
Per questo è importante la coscienza collettiva nel caso di Stefano Cucchi: per costringere lo Stato a processare sé stesso. Da questo, chi può veicolare informazioni rendendole accessibili, non può sottrarsi.

Nel rafforzare la coscienza collettiva Alessio Cremonini ha contribuito in maniera sublime dirigendo il film “Sulla mia pelle”. La differenza plastica fra leggere e vedere. Per quanti documenti possiamo studiare l’interpretazione di Alessandro Borghi ha costruito un legame concreto fra Stefano e i cittadini che hanno visto il film. “Sulla mia pelle” è il film dopo il quale si rimane schiacciati sulla poltrona presi dall’ansia. È infatti difficile spiegarsi come i 148 pubblici ufficiali incrociati da Stefano Cucchi non abbiano avuto un sussulto di coscienza che interrompesse quel lento declino.
Il cado di Stefano Cucchi può essere raccontato da tanti strumenti che in questi anni lo hanno portato difronte all’opinione pubblica. L’elemento unico presente nel film è quello più importante per comprendere l’immensità della vicenda: l’umanità strappata.

Stefano era un uomo di trent’anni, con un lavoro, delle passioni, una vita vissuta fra alti e bassi. Era una persona a cui lo Stato, invece di tutelarne i diritti, ha tolto la vita. Lo ha fatto lentamente, non guardandolo mai in faccia.

Federico Feliziani

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Federico Feliziani
Autore e scrittore di prosa e poesie, blogger e consigliere comunale a Sasso Marconi, è da circa un decennio politicamente attivo e dedito alla causa contro le violazioni dei diritti umani. Considera la propria disabilità un’amica e compagna di vita con cui crescere e mantenere un dialogo costante.