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Dal disastro del Seveso ad oggi: storia di un mondo del lavoro malato

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Il tre maggio di quest’anno moriva Luana D’Orazio. Inghiottita dall’ordito con cui stava lavorando non ha avuto speranza di sopravvivere ma la sua morte non fu fatalità: Luana poteva vivere. Sarebbe sopravvissuta se “qualcuno” non avesse, per motivi di puro guadagno, manomesso il macchinario e alzato la grata che avrebbe dovuto salvarla. 
Avrebbe dovuto ma così non è stato, perché, evidentemente, il guadagno è più importante della vita di una giovane donna o, in realtà, di qualsiasi vita. 
Luana infatti non è stata un caso isolato: la sua vicenda è il simbolo evidente di un mondo del lavoro malato fin dal principio. Un mondo che al benessere del prossimo preferisce il guadagno sfrenato e che oggi, 10 luglio, sembra essere più attuale che mai. 

È infatti in questa data che, 45 anni fa, avvenne il “disastro del Seveso”, ovvero l’emissione di una nube di diossina dalla ICMESA (industrie chimiche meridionali) nella zona tra Seveso e Meda (comuni della Brianza). La diossina, la cui emissione fu responsabilità di un’azienda che mai si era curata dell’impatto ambientale che sull’area aveva, provocò circa 676 sfollati oltreché innumerevoli intossicati.  L’impatto fu dunque enorme. Mai come allora fu chiaro dove un sistema produttivo del genere ci avrebbe portato, eppure non è servito. 
Come infatti la storia di Luana dimostra, sono molte le realtà che antepongono ad ogni cosa il guadagno ed è per questo che oggi, nell’anniversario di una tragedia, noi di BorderLain, abbiamo deciso di portare sul banco degli imputati almeno tre grandi realtà: tutte colpevoli, nessuna innocente.  

Amazon

Con un fatturato di 378,1 miliardi di dollari all’anno Amazon è sicuramente uno dei più noti (se non il più noto) tra gli e-commerce. Probabilmente anche tu che stai leggendo lo avrai usato per i tuoi acquisti almeno una volta nella tua vita (soprattutto durante la pandemia) perché infondo è conveniente. Amazon infatti garantisce, a prezzi ridotti, la sicurezza della consegna alla velocità di un click. Apparentemente sembrerebbe la soluzione a tutti i nostri bisogni a prezzo zero, ma siamo proprio sicuri sia così?
Un prezzo, all’interno del mercato del lavoro esiste sempre e se non lo stiamo pagando noi vuol dire che è qualcun alto che lo sta facendo e nel caso di Amazon è anche molto semplici dire chi: i lavoratori. 

Costretti infatti a turni di lavoro massacranti ed inumani per Amazon i lavoratori non sono esseri umani, sono numeri all’interno di un sistema che non può fallire. Così si impone la politica del terrore tanto in coloro che lavorano all’interno dei magazzini quanto nei corrieri che ci consegnano i pacchi. Nei magazzini i cosiddetti “picker” sono costretti a correre da uno scaffale all’altro per preparare i pacchi mentre un cronometro segna un clima del terrore che rende difficile andare anche in bagno. Sui furgoni, allo stesso modo, non puoi permetterti di rallentare: ogni acquisto va consegnato in un limite di tempo che permetta di portare a destinazione ogni pacco che il turno prevede fino anche a  trecento
A tutto ciò si aggiunge la precarietà di contratti spesso rinnovati di settimana in settimana o di giorno in giorno: finché le gambe ti reggeranno ancora.  

 La Fast fashion

Da dove vengono i vestiti che quotidianamente indossiamo? Per saperlo basta semplicemente leggere le etichette che si portano addosso. 
Bangladesh, Turchia, Bulgaria e molti altri: sono questi i paesi dove le grandi industrie producono i loro abiti. È la ben nota delocalizzazione, un fenomeno che porta le grandi aziende a spostare interi impianti produttivi in quei paesi dove non sono garantiti i benché minimi diritti sindacali o ambientali.  Il motivo? Il massimo profitto che viene fatto sulla pelle anche di minorenni. 

In Bangladesh, nonostante la legge lo vieti, sono pochi coloro che non prendono al lavoro anche bambini che per mantenere la famiglia sono costretti a lasciare la scuola. D’altra parte è proprio la loro giovane età che permette agli imprenditori di non pagarli come pagherebbero un operaio qualificato. Così si abbattano i costi di produzione e la camicia che in negozio paghiamo ventinove euro in realtà è costata, per produrla, solo due. Si massimizza in questo modo il profitto mentre si specula sull’infanzia di chi non ha voce ma il problema non si esaurisce qui, anzi raggiunge anche l’Italia.

È infatti nel nostro paese che all’interno dei negozi, rivenditori delle grandi marche, sono spesso offerti contratti al limite del legale e dello sfruttamento. Un contratto da stagista (senza in realtà nessuna sicurezza di rinnovo) prevede uno stipendio di cinquecento/seicento euro per quaranta ore settimanali. Sono contratti a cui spesso sono costrette a cedere ragazze/i giovani che faticano a trovare un altro lavoro e che per mantenersi ed avere una minima autonomia accettano anche queste condizioni. 

Eni

L’azienda multinazionale è attiva nei settori del petrolio, del gas naturale e della chimica con un fatturato annuo di quarantaquattro miliardi di euro e la responsabilità della devastazione di intere aree in Africa e più nello specifico in Nigeria. Qui intere aree vengono sottratte alla popolazione per poter essere sacrificate all’estrazione di idrocarburi mentre si cerca invano di nascondere i danni che sul territorio le emissioni di gas stanno causando. A ciò si aggiungono le malattie a cui, sempre a causa delle emissioni, la popolazione è soggetta. Da malattie della pelle alla leucemia, Eni ha in questi anni, consapevolmente e deliberatamente, attuato politiche in violazione di ogni diritto ambientale ed umano in nome di un capitale più importante di qualsiasi vita umana così come fece la ICMESA quarantacinque anni fa.
La storia così si ripete e le conseguenze, questa volta, saranno altrettanto gravi se non di più.  

Miriam Ballerini
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