Cucchi
Politica

Cucchi: giustizia è fatta. Adesso tocca alla politica

Tempo di lettura: 3 minuti
Questa settimana non poteva che essere dedicata a Stefano Cucchi. Finalmente giustizia è fatta 

Era lunedì sera, dopocena, quando è arrivata la notizia della settimana, del mese e degli ultimi tredici anni: uno dei filoni del processo Cucchi si chiude con la condanna definitiva per omicidio dei due carabinieri che pestarono Stefano Cucchi la notte fra il 15 e il 16 ottobre 2009. Un atto conclusivo, definitivo che sancisce una volta per tutte la verità.

Giustizia è fatta: Stefano Cucchi è morto perché lo hanno ammazzato di botte. 

No, non sono state le scale improvvisamente animate a menarlo ma i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro che nella stanza del fotosegnalamento -la notte fra il 15 e il 16 ottobre 2009- scelsero di macchiare la loro divisa massacrando di botte Stefano Cucchi: botte alle quali seguì una “via crucis” durata ben sette giorni. È per questo che lunedì 4 aprile la Corte di Cassazione li ha condannati a 12 anni di carcere mettendo fine a un processo che ne è durati tredici. Ha rinviato in appello invece il carabiniere Francesco Tedesco e il maresciallo Mandolini per falso. 

La pronuncia della Corte di Cassazione sancisce una volta per tutti la verità sulla morte di Stefano Cucchi, quella realtà molto scomoda che per anni è stata allontanata da depistaggi, sotterfugi e mosse da parte della scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri. D’Alessandro e Di Bernardo sono stati puniti per il loro gesto durante l’esercizio di un ruolo pubblico, ma ora la strada continua per andare a fondo in quei depistaggi iniziati due giorni dopo da quella maledetta notte. 

C’è infatti un altro filone dell’inchiesta sul caso di Stefano Cucchi in cui sono imputati alti ufficiali dei carabinieri: pezzi che contano o contavano e che, per quello spirito di corpo citato diverse volte dai testimoni, si sono adoperati fin dai primi minuti per insabbiare tutto. E anche da questi capitolo è arrivata una prima sentenza che ha condannato otto ufficiali per falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia.

Tutti i depistaggi, le sentenze a vuoto, tutti gli imputati sbagliati non hanno fermato la sorella di Stefano Cucchi -Ilaria- che, con l’avvocato Fabio Anselmo combattono da tredici anni per la verità.

Un tempo infinite fatto di vittorie e sconfitte; fatto di sciacalli che invece di preoccuparsi su come non fare riaccadere il caso di Stefano Cucchi hanno preferito buttarla in politica. Chi ha insultato la vittima, chi la famiglia, chi sosteneva come in fondo “un drogato” se le meriti certe cose. Tutta cronaca politica che in tredici anni ha accompagnato il processo Cucchi. 

La lezione di Stefano Cucchi: cosa la politica deve fare adesso 

Purtroppo la memoria da pesci rossi nella boccia ci porta a scordarli ma i Gasparri, i La Russa, i Giovanardi,  i Gianni Tonelli in questi anni hanno in qualche modo tifato per la parte sbagliata. E quando scrivo “parte sbagliata” non mi riferisco alle forze dell’ordine tutte, ma a chi ha commesso pesanti errori indossando una divisa. 

Il caso di Stefano Cucchi è un caso collettivo, ci riguarda tutti come cittadini che devono pretendere di potersi fidare dello Stato. 

Ricordo…

Questo articolo segna un passo importante verso la chiusura di un caso durato tredici anni. Un tempo in cui di cose ne sono accadute tante: tante delusioni, tante sentenze paradossali, tanti momenti in cui riportare i fatti ha significato descrivere qualcosa di inverosimile. Questi tredici anni li ho vissuti tutti: ho iniziato a seguire il caso Cucchi dal primo istante che sentii la voce di Ilaria su un telegiornale. Era qualcosa di inconcepibile che un fermato fosse morto mentre si trovava sotto la tutela dello Stato: uno Stato fondato sul diritto e sul rispetto dei diritti umani. Più di una volta, lo confesso, ho provato vergogna verso una Stato incapace di processare sé stesso; ho provato vergogna quando i consulenti del PM, in uno dei primi processi, simularono in aula la caduta dalle scale. Lo racconta bene Carlo Bonini ne “Il corpo del reato”.

Provai impotenza quando si disse che, i lividi nettamente visibili dalle fotografie scattate in obitorio, se li era provocati Stefano da solo. Per anni abbiamo dovuto raccontare processi sbagliati perché ai piani alti dell’Arma si lavorava perché il caso Cucchi fosse risolto con un nulla di fatto o con colpevoli innocenti

È un pentolone marcio che una volta aperto ci ha fatto respirare tutta la sua puzza di incrostazione e di sistema. Perché purtroppo Stefano è stato vittima di un sistema che non considera gli ultimi perché tanto sono socialmente poco influenza. Stefano è morto sì di botte ma anche di indifferenti. 

È proprio questa indifferenza, è proprio lo “spirito di corpo” che dovrebbe preoccupare chi governa il Paese. Stefano Cucchi è stato vittima di qualcosa che è emerso con anni di battaglie; adesso sta alla politica curarlo e costruire gli anticorpi perché non possa più accadere. 

Federico Feliziani
Leggi anche: “Spese militari: l’accordo che rimanda il dibattito di quattro anni
Non hai ancora letto l’ultimo Cronache di un Borderlain? Clicca qui

Leave a Response

Federico Feliziani
Autore e scrittore di prosa e poesie, blogger e consigliere comunale a Sasso Marconi, è da circa un decennio politicamente attivo e dedito alla causa contro le violazioni dei diritti umani. Considera la propria disabilità un’amica e compagna di vita con cui crescere e mantenere un dialogo costante.