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Cosa sta succedendo tra Azerbaigian e Armenia: facciamo chiarezza

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Da più di una settimana si è riacceso il conflitto tra Azerbaigian e Armenia per il territorio conteso del Nagorno- Karabakh.

Nelle ultime 48 ore, il Cicr (Comitato internazionale della Croce Rossa) ha denunciato quella che sta per trasformarsi nella prossima emergenza umanitaria. I missili e le forze armate azere hanno superato i confini della regione contesa con bombardamenti sui civili della vicina Armenia, ottenendo la completa distruzione di case, scuole, ospedali e interi condotti di tubature di luce e gas. Il numero di sfollati sale vertiginosamente ogni ora che passa.

Si tratta di scene non nuove agli occhi dell’Occidente e del Medioriente, né tantomeno a quelli degli azeri e degli armeni: era già accaduto 28 anni fa, nella guerra che contrappose i due stati per lo stesso motivo e che scoppiò analogamente nelle numerose regioni post-sovietiche dopo la dissoluzione dell’Unione. Anche nella guerriglia attuale la Russia ha un ruolo importante, ma non è sola.

Ma cosa sta accadendo di preciso? Per quale motivo è ricominciato un conflitto che doveva essersi assopito alla fine del secolo scorso? Quali sono gli attori e le partite in gioco, e i rischi che si corrono? Facciamo chiarezza.

Gli antichi dissapori del Nagorno-Karabakh

Nagorno-Karabakh è la denominazione geografica con la quale si indica una piccola regione del Caucaso meridionale, senza sbocco sul mare, situata tra gli attuali Azerbaigian e Armenia. Fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, il Nagorno-Karabakh fece parte della Federazione transcaucasica, composta da Armenia, Georgia e Azerbaigian, venendo assegnata territorialmente a quest’ultimo, anche se popolata per più della metà da armeni.

Secondo il principio del divide et impera, in voga soprattutto in epoca di espansione imperialistica romana, l’imperatore poteva porre a proprio piacimento dei nuovi confini nei territori conquistati. La strategia era quella di non accorpare entro gli stessi confini uguali etnie o religioni, affinché non si creassero dei nazionalismi che avrebbero potuto portare al riconoscimento di un sentimento nazionale autonomo dall’impero. Quando nel 1922 Iosif Stalin si mise alla scrivania a disegnare la cartina della Federazione transcaucasica, fu fedele a questo concetto. L’unica concessione alla piccola regione del Nagorno-Karabakh fu la condizione di  “statuto speciale” (un Oblast’ del governo centrale).

Primo dissapore: il Nagorno-Karabakh, per quattro quinti armeno, passa all’Azerbaigian. Secondo dissapore: la regione inizia a godere di una certa autonomia rispetto al territorio azero a cui è annesso.

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Da Wikimedia Commons, l’archivio di file multimediali liberi

Su tali basi era naturale che con la dissoluzione dell’Unione Sovietica scoppiasse un conflitto. Nel dicembre del 1991, la regione si autoproclamò indipendente sia dall’Azerbaigian che dall’Armenia (con la quale mantenne però dei rapporti) con il nome di Repubblica di Artsakh. Il rancoroso Azerbaigian, un mese dopo, invase militarmente l’area e dal 1992 al 1994, la pulizia etnica armata del conflitto fu devastante. Circa seicentomila azeri e trecentomila armeni fuggirono o morirono.

Terzo dissapore: l’Armenia vince e ottiene il Nagorno-Karabakh, nonostante l’inferiorità numerica e territoriale. Nel 1993 le vennero consegnate la regione (con annessa Repubblica) e tutta la porzione di territorio di accesso alla linea del cessate il fuoco. Soprattutto grazie all’intermediazione del Gruppo di Minsk con cui, tuttavia, i negoziati di pace sono rimasti aperti e in sospeso fino ad oggi. L’Azerbaigian, tra l’altro, non ha mai realmente smesso di bombardare improvvisamente i vicini.

Trent’anni dopo

La mattina del 27 settembre 2020 l’Azerbaigian  ha violato una volta e per tutte i negoziati di pace (conosciuti come gli accordi di Biškek) attaccando la Repubblica dell’Artsakh. Alle ore 8:03, dei missili provenienti da Baku (la capitale azera) sono atterrati sul suolo di Step’anakert, la capitale della Repubblica autoproclamata. La risposta dall’Armenia è stata immediata, con legge marziale e mobilitazione della popolazione maschile. Nel giro di qualche ora la guerra era già nel pieno del suo sviluppo: il primo pomeriggio l’Azerbaigian aveva dichiarato di aver già riconquistato sette villaggi del Nagorno-Karabakh.

È sorprendente la rapidità con cui si sono svolte le singole azioni, compresa la risposta armena all’offensiva. Una rapidità che farebbe pensare che forse questo attacco non era molto imprevisto, e che entrambe le parti fossero abbastanza preparate.  

Da mesi c’era qualcosa che bolliva in pentola: mentre l’informazione internazionale era impegnata a contare tamponi ed untori provenienti dalle vacanze all’estero, dall’inizio di luglio fino al 10 agosto i soldati azeri hanno trascorso l’estate ad effettuare un’esercitazione militare, con il supporto dell’esercito turco. L’Armenia, dal canto suo, pochi giorni dopo ha inviato le proprie milizie in Russia per poter esercitarsi a sua volta. C’era già vento di guerra in arrivo? E da cosa è dipesa la scelta di spostarsi rispettivamente in Turchia e in Russia per i due stati belligeranti?

Putin vs. Erdoğan o Baku vs. Yerevan?

Sin dall’inizio degli scontri la Turchia e il suo capo di stato Recep Tayyip Erdoğan hanno fermamente sostenuto l’offensiva azera, e si sono preoccupati di farlo in largo anticipo, dato che nella settimana immediatamente precedente all’attacco avevano inviato missili e soldati jihadisti del fronte siriano in Azerbaigian. Un sostegno mascherato dalla difesa della popolazione turca musulmana nel Paese, ma molto più plausibilmente collegata al cattivo sangue che scorre nella triade Turchia, Armenia e Russia.

Si sa che i turchi non hanno mai avuto in simpatia gli armeni. Il genocidio armeno perpetratosi durante la Prima guerra mondiale nacque a causa dei timori del governo turco che l’Armenia si alleasse con l’allora acerrima nemica Russia. Non si può propriamente dire che “gli ebrei del Caucaso” abbiano mai perdonato ai turchi lo sterminio, e infatti fino ad oggi hanno mantenuto rapporti decisamente migliori con la Russia, che esporta moltissime munizioni nel Paese.

La Federazione Russa ha sempre avuto interesse a mantenere buoni rapporti con i suoi ex territori: ma mente Putin cerca di porre fine agli scontri invitando alla negoziazione – insieme all’Iran che, per parte sua, necessita dell’integrità territoriale azera poiché ne controlla la regione occidentale -, la Turchia sembra non voler cedere il passo. La gravità degli scontri attuali, nonostante gli attacchi azeri continuino da circa trent’anni, è dovuta proprio alla forte posizione di Ankara.

Con molta probabilità, rivendicando degli opinabili diritti dell’Azerbaigian, Erdoğan vuole proseguire la sua marcia verso una maggiore credibilità di potere internazionale. Sembra che il modo migliore per riuscirvi sia lo scontrarsi con una delle due superpotenze mondiali, protagonista di una storica inimicizia. E dato che non c’è due senza tre, agli scontri turco-russi già in atto in Siria e in Libia si sono aggiunti quelli del Caucaso.

Il recente conflitto potrebbe perciò avere anche un secondo scopo: sistematizzare i rapporti russo-turchi, non proprio ben chiari né dall’una né dall’altra parte. A meno che non si tratti proprio dell’obiettivo principale.

Ipotesi senza risposta

Le parti in gioco e gli interessi sono molteplici e “di facciata”, perché forse nascondono obiettivi diversi, ancora indefinibili. Questo è ciò che si ottiene se si fa un resoconto delle ultime due settimane di scontri, che non accennano a fermarsi. L’analisi storica permette solamente di avanzare delle ipotesi. Prima fra tutte fra quelle già elaborate l’avanzata turca, dato che Erdoğan sembra essere abbastanza ossessionato da un forte complesso di inferiorità.

Se la storia riesce a dare delle motivazioni alquanto accettabili sull’offensiva azera, resta quantomeno da chiedersi perché l’Azerbaigian abbia deciso di attaccare proprio ora. In aggiunta alla rivalsa su antiche “ingiustizie”, potrebbe trattarsi di un contentino per una popolazione azera stanca della dittatura. Aliyev, il capo di stato di Baku, sta lottando con tutte le sue forze per prolungare il proprio regime dinastico, iniziato dal padre (ex segretario del Kgb e leader del partito comunista azero) dopo la dissoluzione sovietica. Mentre in Armenia nel 2018 si sono vinte le elezioni contro un candidato in stile Putin-Aliyev, e vige una grande libertà di stampa, l’Azerbaigian è alquanto oppresso da leggi che favoriscono la dittatura e dalla tortura violenta alle opposizioni.

Riconquistare un territorio che rappresenta una ferita un po’ per tutto il popolo potrebbe costituire uno strumento, per Aliyev figlio, per calmare le proteste contro il proprio regime e procedere verso l’affermazione.

Resta, infine, la preoccupazione italiana, che stranamente non è tardata a farsi sentire. La viceministra agli Affari Esteri, Emanuela Del Re, ha dimostrato tutta la sua preoccupazione e apprensione per l’aggravarsi della situazione, scrivendo in un tweet di  «interessi complessi che vanno ben oltre la disputa territoriale».

Le ipotesi sono due. All’Italia questa guerra non fa comodo perché i due stati in guerra e tutto il Caucaso meridionale sono attraversati da massicci oleodotti, che trasportano petrolio e gas nel nostro Paese e nel commercio mondiale. Alcuni condotti, come già evidenziato, sono già andati perduti dai bombardamenti.

E poi c’è il Gruppo di Minsk. La confraternita accusata da Erdoğan di non essere riuscita ad assopire i conflitti per trent’anni, e che quindi il presidente non ha intenzione di ascoltare quando viene esortato a negoziare. Il Gruppo di Minsk è presieduto da Stati Uniti, Russia e Francia, ma tra gli stati membri vi è anche l’Italia. I nostri imporanti interessi si snodano tra Macron e Trump, il quale sembra divertirsi ogni qual volta ci sia odore di guerra.

Se pensate che il conflitto tra Azerbaigian e Armenia non sia destinato ad arrivare fin qui, vi conviene ricredervi. Qualunque essa sia, la posta in gioco è alta, pericolosa, ma soprattutto vasta. È necessario tenere d’occhio quotidianamente gli sviluppi, perché la crisi umanitaria annunciata da più organizzazioni internazionali potrebbe trasformarsi in una crisi economica che non risparmierebbe un’Occidente già claudicante.

Sara Maietta
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Sara Maietta
Una vita ascrivibile all'ABCD: aspirante curatrice, bookalcoholic, catalizzatore di dissenso e dadaista senza speranze.