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Ripartire: intervista all’atleta paralimpica Federica Maspero

È possibile ripartire nella vita quando tutto sembra crollare? È una domanda che probabilmente in molti si sono fatti sperando di non dover mai dare una risposta. Ma a volte una risposta è importante trovarla.
Per questo oggi noi di BorderLain abbiamo deciso di intervistare Federica Maspero, medico e atleta paralimpica, che ci ha raccontato il suo percorso.
A lei abbiamo posto questa domanda e con lei  abbiamo cercato di capire come la nostra società si ponga davanti alla disabilità. Perché ripartire forse è possibile ma è necessario dare l’opportunità.

Ciao Federica, grazie per aver accettato questa intervista, ti va di raccontarci la tua storia?

A 24 anni , il giorno del mio compleanno, sono entrata in coma per via di una meningite fulminante da meningococco B. Mi sono risvegliata 7  settimane dopo senza le gambe e le dita delle mani. Ero  ricoverata in terapia intensiva all’Ospedale di Lecco. All’epoca frequentavo il IV anno della facoltà di medicina e chirurgia e da li ho voluto ripartire .

La mia è stata una ricostruzione graduale e costante di tutto.   Non sapevo più prendermi cura di me stessa,  non sapevo più  camminare.
Ho potuto farlo solo mesi dopo con le protesi. Ho lavorato tantissimo su queste per arrivare al livello di autonomia più alto possibile . Alla fine sono riuscita a tornare a camminare, a laurearmi, ad andare a vivere da sola.
Adesso spesso mi dico che è stata una ricostruzione a tratti  veloce  ma forse in quel momento mi serviva così.
Nel complesso ho dovuto  affrontare  molti momenti anche negativi, questi soprattutto legati alla mia professione.

È stato comunque  un lungo percorso di consapevolezza e di scandaglio di   tutti gli aspetti possibili di ciò che un evento drammatico così porta con se.

 Dove si trova la forza per ripartire ?

Io credo  fermamente che ognuno abbia la forza per uscire da qualsiasi situazione, ma c’è bisogno della volontà per farlo. Bisogna riuscire a credere nella vita, a darle fiducia nonostante il momento no.
È difficile, non dico il contrario. Ma io all’inizio  non pensavo a “tutta la vita”. Ho pensato prima  a uscire dall’ospedale, poi a riprendere a studiare, poi a camminare… un passo per volta.
Nei momenti di crisi credo che ognuno debba trovare un sogno, dividerlo in tanti piccoli traguardi  e iniziare dal più piccolo o dal più facile. Ma iniziare. Perché sono i risultati che ci spingono ad andare avanti e  a creare quella fiducia che serve per ripartire.
Dare fiducia sopratutto alla vita, fin dall’inizio. Perché qualcosa di meglio di quel momento buio c’è, ed è li per noi.

Cosa ha significato nel tuo percorso di vita lo sport ?

Lo sport ha significato un recupero importante , una crescita personale, fisica e emotiva. Mi ha consentito di pensare a me stessa come ad una persona valida, forte, indipendente (come  ero sempre stata) e ovviamente dal punto di vista fisico e prettamente motorio.

È stato il modo in cui mi sono presa cura di me nel momento (2011) in cui ho capito che qualcosa solo per me non lo avevo mai realmente fatto.

Mi ha fortificato e mi ha consentito di fare molte esperienze  in cui ho potuto conoscere  molte persone che hanno ascoltato la mia storia, traendone forse un po di forza.

A tuo parere la nostra società come si pone davanti alla disabilità?

La società non ha ancora un buon rapporto con la disabilità a mio avviso.

Si sta diffondendo la conoscenza che la disabilità esiste, se ne parla. Però poi questo non va di pari passo  ad un’integrazione. Una vera integrazione che secondo me si può avere solo  quando lo sguardo sulla disabilità non è più pietoso, compassionevole o distaccato; ma affettuoso, comprensivo e paritario. Ovvero quando, sì , vediamo  la difficoltà dell’altro ma  con l’occhio di un amico che  vuole  bene comunque indipendentemente da ciò che l’altro può o non può fare e da ciò che è il suo fisico.

Se una difficoltà sociale c’è, come possiamo concretamente intervenire per cambiare la nostra realtà?

Laddove è possibile integrare bisogna integrare.

Credo fermamente che la nostra società abbia spesso uno sguardo assistenzialistico, che se da una parte è doveroso, dall’altra parte è ostativo all’integrazione.

Se una persona con una disabilità può lavorare, parlare, uscire di casa ,insegnare , insomma  se può essere in qualsiasi modo parte della società deve essere messa nelle condizioni di farne parte. Dall’altra parte chi ha una disabilità si dovrebbe mettere , laddove è possibile (e lo sottolineo perché a volte non è possibile), nella condizione di  essere attivo partecipante della società.  Contribuire a far funzionare le cose, scoprendo ciò che può fare e farlo nella misura in cui riesce. Migliorare la realtà senza utilizzare solo la strada della polemica, ma in modo costruttivo.Ovviamente sono solo punti di vista

Intervista a cura di:

Miriam Ballerini

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