Michael Jordan
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Michael Jordan: a ventun anni dal suo ritiro è sempre una leggenda

“Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. (Michael Jordan)

Mercoledì 13 gennaio 1999, ore 18.00 italiane. Sul parquet di casa, allo United Center della sua Chicago, Michael Jordan annuncia in una conferenza stampa il suo ritiro, per la seconda volta. Il più grande atleta nord-americano del XX secolo appende la canotta numero 23 al chiodo. Le notizie ancora fresche dell’impeachment del presidente Clinton passano in secondo piano. Tutto il mondo ha gli occhi puntati su MJ. Perché quando una leggenda come lui decide di andare in pensione non c’è fede cestistica o sportiva che tenga. Come lui non c’è stato nessun altro.

Sono passati ventun anni da quel giorno. Kobe Bryant, Lebron James, Stephen Curry e Giannis Antetokoumpo hanno continuato e continuano a far sognare gli appassionati di basket, ma tutti sanno chi è Michael Jordan, anche quelli che, per ragioni anagrafiche, non hanno mai avuto la possibilità di vederlo giocare. 

Sua Altezza Aerea

Gli inizi della carriera di Jordan sono simili a quelli di molti giocatori NBA: prima squadra al liceo, borsa di studio per il basket alla University of North Carolina (dove vince un titolo NCAA) e terza scelta assoluta al Draft NBA del 1984. Il 26 ottobre 1984 fa il suo esordio in NBA con i colori dei Chicago Bulls, che all’epoca si ritrovavano in fondo alla classifica. L’arrivo di Air Jordan fu una svolta. Dopo i primi anni di rodaggio, nel 1989 e nel 1990 i Bulls approdano alle finali di Conference, dove vengono sconfitti dai Bad Boy di Detroit, eterni rivali. Finalmente nel 1991 arriva il primo anello per Chicago e per MJ. La storia si ripete nel 1992 e nel 1993. I Bulls, grazie a His Airness e ai suoi compagni, ottengono il primo three-peat. 

Nell’estate del 1993 il padre di Michael Jordan viene assassinato. A ottobre il fuoriclasse, devastato dalla perdita, annuncia il suo ritiro. 

“Ho perso ogni motivazione. Nel gioco del basket non ho più nulla da dimostrare: è il momento migliore per me per smettere. Ho vinto tutto quello che si poteva vincere. Tornare? Forse, ma ora penso alla famiglia”. (Michael Jordan)

Si dà al baseball, sport preferito del padre, in cui però non riesce a primeggiare. A marzo 1995, mentre Chicago tentava di rimanere a galla senza la sua superstar, viene annunciato il suo ritorno, con due semplici parole: Sono tornato”. La stagione è ormai quasi conclusa, i Bulls si qualificano per i playoff ma vengono fermati da Orlando. Jordan non è al massimo della forma e le critiche non si fanno attendere. Ma Michael Jordan non si fa abbattere. Nel 1996, nel 1997 e nel 1998 Chicago conquista nuovamente le finali NBA, si aggiudica altri tre anelli e il secondo three-peat.

L’inizio della stagione 1998-1999 viene continuamente rimandato a causa di un lockout e nel frattempo cominciano a circolare delle voci: MJ non si sta allenando e probabilmente sta pensando al suo ritiro. La conferma di tutto ciò arriva quel fatidico 13 gennaio, un paio di settimane prima dell’inizio della stagione.

“Questo è il giorno che speravo non sarebbe mai arrivato. Questo deve essere la giornata più dura nella storia dei Chicago Bulls. È un giornata dura per Chicago”. (Jerry Reinsdorf)

Ritornò ancora una volta a giocare, nel 2001, a 38 anni, questa volta con la maglia dei Washington Wizard, di cui era proprietario. Ma il ritiro del 1999 rimane quello più significativo, quello che mise fine alla sua egemonia e a quella dei Bulls.

Non bastano i numeri

1 titolo NCAA, 6 titoli NBA, 2 ori olimpici, 5 volte MVP della regular season, 6 volte MVP nelle finali (record imbattuto) e 10 volte miglior marcatore NBA (record imbattuto). Questi sono solo alcuni dei numeri che contribuiscono a provare la grandezza di Michael Jordan. Ma sono solo numeri. MJ dimostrava di essere il migliore sul campo. Perché quando c’era lui sul parquet, la forza di gravità non esisteva. Vinse lo Slam Dunk Contest due volte, il secondo con la schiacciata che è tutt’ora il simbolo della sua linea di scarpe: rincorsa da fondo campo, stacco sulla linea del tiro libero e volo verso canestro. 

MJ volava. In campo lui era Sua Altezza Aerea. Nulla lo poteva fermare. Non lo fermò neanche un’intossicazione alimentare, l’11 giugno 1997, nella partita contro Utah Jazz, che viene ricordata come il flu game, dove Jordan, evidentemente stremato, giocò e portò la sua squadra alla vittoria. 

“La sera prima di gara 5 della finale, Michael Jordan mangiò una pizza e si beccò una intossicazione alimentare. Volle scendere ugualmente in campo e segnò 40 punti. È questo il doping del campione vero: la voglia di giocare”. (Spike Lee)

Leggenda, per sempre

Acclamato dal pubblico, temuto dagli avversari, venerato da chi ha provato a seguire le sue orme. Molti dei suoi record nel corso degli anni sono stati infranti e il basket ha tutt’ora dei grandi giocatori che entreranno nella storia, al fianco di MJ. Ne arriveranno altri che si dimostreranno di essere altrettanto bravi, ma il nome di Michael Jordan rimarrà indelebile nei ricordi di tutti come una leggenda, per sempre.

“È Dio travestito da Michael Jordan”. (Larry Bird)

Sara Tocchetti

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