"Dialoghi con Leucò" di Cesare Pavese
Letteratura

Il fascino fatale dell’essenza e della perdita – “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese

“Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi Sia finita e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela”

Queste le parole che Orfeo pronuncia all’interno del racconto L’inconsolabile, presente nella raccoltaDialoghi con Leucò” di Cesare Pavese. Parole ciniche e inconcepibili per chi conosce la versione originaria del mito, in cui l’eroe tracio si volta per errore verso la driade Euridice, ponendo così fine alle speranze di ricongiungimento con l’amata. Ed è proprio questo ciò che fa l’autore piemontese nella sua raccolta di racconti: prende il mito, lo esacerba, lo disincanta e gli attribuisce una nuova dignità, più intima e terrena. Quello del dolore e del disincanto, d’altronde, è un tema ricorrente nelle opere pavesiane, in cui la sofferenza assume una valenza catartica, in grado di fronteggiare un male di vivere che finirà comunque per sopraffare lo scrittore.

Trama e commento

I “Dialoghi con Leucò” si articolano in ventisette racconti brevi, in cui l’elemento mitologico e divino si fonde con l’umanità disarmante e fatale dei personaggi, il tutto analizzato in una chiave prettamente esistenzialistica. Investigando i sentimenti di dèi, semidei, eroi e poetesse, Pavese ne esalta l’aspetto più profondo, in un parossismo di silente disperazione e inconfutabile bellezza. Lo scrittore, inoltre, riscrive anche la figura degli dèi, non più burattinai iracondi e sanguinari costantemente dediti alle vicende umane, ma esseri capricciosi lontani dalle realtà terrene. Questo passaggio di ruolo è sottolineato del resto dalle parole di Tanatos:

“Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo”.

E ancora Prometeo, nel sottolineare il loro carattere effimero, afferma:

Ma ricordati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t’incutono. Così è degli dèi. Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno”.

I “Dialoghi con Leucò”, insomma, sono un amalgama di personaggi il cui comune denominatore sono i sentimenti tra i più umani, liberati dalle catene del rituale e del mistico: amore, sofferenza, inquietudine e rassegnazione. Pavese ha il merito di aver ridato lustro alla mitologia, rapportandola alla quotidianità. Inoltre, in ogni racconto pare sempre più evidente il filo che lega il dolore alla bellezza, l’essenza alla perdita, come se per ogni tragedia vi fosse un’amara consolazione, una meraviglia da cogliere. Dopotutto, come diceva il poeta Baudelaire, la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna.

 

Articolo a cura di:
Giuseppe De Filippis

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Giuseppe De Filippis
Studente di scienze politiche, vive a Napoli. L’attualità è l’amorevole moglie che lo fa sentire al sicuro, la letteratura la sua amante capricciosa. Inesorabilmente devoto alla poesia e all’orrido non necessariamente in quest’ordine. Ha un dattiloscritto nel cassetto. Ha da poco capito che il cassetto è se stesso.