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Music

De André, 21 anni dalla morte: 5 canzoni in cui continua a vivere

Tempo di lettura: 4 minuti

“Fabrizio non è morto. Vivrà sempre negli spazi profumati della poesia, che è eterna”

(Fernanda Pivano)

L’11 gennaio 1999 Fabrizio De André moriva all’Istituto Tumori di Milano, dove era stato ricoverato per un carcinoma polmonare.

Considerato dalla maggior parte della critica il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, Faber (come lo chiamava l’amico Paolo Villaggio, ndr) è noto per essere l’anarchico paladino dei reietti, di coloro che vivono ai margini della società, quegli “ultimi” protagonisti della maggior parte delle sue canzoni.

Il cantore de “l’amore sacro e l’amor profano” passa in mezzo alle miserie del mondo senza giudicarle, tentare di cambiarle o nasconderle: le espone alla mercé di tutti, cercando però di dare la dignità e la possibilità di riscattarsi a persone e storie che non ne hanno, prestando loro la voce per esprimere il proprio dissenso nei confronti degli aspetti più biechi della società e per ribellarsi.

A 21 anni dalla sua scomparsa, vi presentiamo una selezione di 5 brani nei quali De André vive ancora.

 La cattiva strada

(Volume 8, Produttori Associati, 1975)

Questa ballata scritta a quattro mani con Francesco De Gregori è un viaggio armonico ma dal ritmo martellante poiché costruito su tre soli accordi che si ripetono in maniera insistente, ma che contribuiscono a dare circolarità a un brano che suona quasi come una litania. Racconta il percorso di un uomo verso il rifiuto di ciò che è giusto solo perché imposto.

De André è empatico nei confronti dei suoi personaggi, soprattutto verso chi fa scelte non semplici o sbagliate ma poi si mette in discussione e, uscendo dal percorso stabilito, si mette in cammino per imboccare “la cattiva strada”, accettando tutto ciò che ne consegue.

Il bombarolo

(Storia di un impiegato, Produttori Associati, 1973)

Come accade spesso nei dischi di De André, le canzoni sono collegate fra di loro da un fil rouge: nel caso dell’album “Storia di un impiegato”, la storia è quella, appunto, di un giovane impiegato che dopo aver ascoltato un canto del maggio francese (l’insieme dei movimenti di rivolta verificatisi a Parigi nel maggio-giugno 1968, ndr), entra in crisi e decide di ribellarsi, ma da solo.

Di quest’individualismo tratta la canzone “Il bombarolo”. Il protagonista, disperato e solo nella sua ricerca di vendetta e visibilità, non crede più a nessuno e arriva a progettare un vero attentato, con l’obiettivo di lanciare un segnale forte e distruttivo attraverso il quale vuole portare “terrore, disordine e rumore” nella società in cui vive e dove ormai non si riconosce più.

L’azione dell’impiegato sarà inutile ed effimera come ogni azione individuale, e invece di portargli gloria lo metterà in ridicolo.

Se ti tagliassero a pezzetti

(Fabrizio De André (L’Indiano), Dischi Ricordi, 1981)

“Se ti tagliassero a pezzetti” a primo impatto può essere presa per una canzone d’amore: colpevoli di questo misunderstanding, probabilmente, la melodia orecchiabile e le parole dolci rivolte a un non ben precisato “tu” femminile.

In realtà, la canzone è decisamente allegorica: o meglio, è sì una storia d’amore, ma non con una ragazza, bensì con la libertà, che da giovane indossa le vesti leggere della “signorina Fantasia” (in qualche concerto, Faber si fa scappare anche “signorina anarchia”, ndr), mentre nella maturità diventa una “signora Libertà“, che pur essendo in fondo sempre la stessa, si è ridotta a una donna spenta, ingrigita da un ruolo imposto da una società con la quale ormai ha accettato di andare a braccetto e che, presto o tardi, la ucciderà (“camminavi fianco a fianco al tuo assassino”). Tuttavia, De André spera ancora di rincontrarla nella sua purezza, quella libertà “così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza”.

Un blasfemo

(Non al denaro non all’amore né al cielo, Dischi Ricordi, 1971)

«Avrò avuto diciott’anni quando ho letto Spoon River. Mi era piaciuto, forse perché in quei personaggi trovavo qualcosa di me. Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo.»

Il brano fa parte dell’LP “Non all’amore, non al denaro, né al cielo”, liberamente ispirato dall’ ”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. L’autore americano nella sua antologia ritrae vari personaggi dai diversi profili psicologici, rappresentanti la varietà umana dei suoi tempi. De André, allo stesso modo, reinterpreta questi ritratti a modo proprio mettendoli in musica. Un blasfemo è un uomo libero che non si accontenta delle spiegazioni fornite dalla religione ma tenta, non senza rabbia, di dare un’ interpretazione valida all’origine e alla presenza dell’essere umano sulla terra, raccontata dalla Bibbia.

Secondo il blasfemo il primo uomo, Adamo, venne punito con le stagioni e la morte; lui stesso invece, vede la propria fine segnata da due guardie, che gli cercarono l’anima a forza di botte.

Dolcenera

(Anime salve, BMG Ricordi, 1995)

Introdotta dall’inconfondibile vocio in dialetto genovese “Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é”, Dolcenera è il quarto brano di un disco dedicato interamente al concetto di solitudine.

Ci troviamo nella Genova del 1970 devastata da una violentissima alluvione come “non si vedeva da una vita intera”, che viene personificato in Dolcenera. Che Dolcenera sia di una forza sovrumana lo si intuisce dal suo “picchiare forte”, dal suo “buttare giù le porte”, dal fatto “che ammazza e passa oltre”.

Nel suo procedere totalmente delirante per le vie della città, Dolcenera porta in regalo a chi incontra tutta la sua negatività e iella insita in lei (“nera di malasorte”, “nera di falde amare”, “nera come la sfortuna”). Ci sono così tutti i numeri per considerare Dolcenera, questa fiumana d’acqua dolce e nera, un tiranno vero e proprio.

In questa Genova traviata dalla pioggia torrenziale, emergono i volti di due innamorati. De André stesso racconta che «questo del protagonista di “Dolcenera” è un curioso tipo di solitudine: è la solitudine dell’innamorato, soprattutto se non corrisposto. Gli piglia una sorta di sogno paranoico, per cui cancella qualsiasi cosa possa frapporsi fra se stesso e l’oggetto del desiderio. È una storia parallela: da una parte c’è l’alluvione che ha sommerso Genova nel ’70, dall’altra c’è questo matto innamorato che aspetta una donna. Ed è talmente avventato in questo suo sogno che ne rimuove addirittura l’assenza, perché lei, in effetti, non arriva. Lui è convinto di farci l’amore, ma lei è con l’acqua alla gola».

Serena Zoe Lombardi

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Serena Zoe Lombardi
Nata nel 1995, curiosa e sognatrice, capisce di voler insegnare vivendo una grande e sofferta storia d’amore con il latino e greco. Laureata in Lettere Antiche tra passione e lacrime, mentre insegue il suo sogno legge, canta, si commuove (spessissimo) e chiacchiera con chiunque le si pari davanti.